Se i Magazzini Generali passano i 30, Stefano Astore: “Anni volati, ma siamo ancora qua. Perché siamo capaci di cambiare” |
In senso orario: una serata ai Magazzini Generali, il direttore creativo Stefano Astore e un’immagine storica. Le foto sono tratte dal libro “XXX. Magazzini Generali. 1995-2025“, dedicato al trentesimo compleanno del locale di via Pietrasanta
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Articolo: Alexia: torno a Sanremo per mamma Vilma. Armani? Lo zio di Andrea (Camerana) manca a tutti noi, si imparava da ogni suo gestoArticolo: Patagarri, gypsy jazz e vita: “Esploderemo dolcemente ma la dignità non ha prezzo”Ci vediamo ai Magazzini. Così, senza bisogno di specificare. Succede solo con i luoghi dove sei cresciuto. Tipo il club di via Pietrasanta. Da trent’anni un frammento della Milano notturna. Ma non solo. Un libro ne celebra la storia: “XXX. Magazzini Generali. 1995-2025“ (ed. emuse). Impreziosito da un’incredibile raccolta di foto, adesivi, flyer. Stefano Astore, direttore creativo, è uno che ai Magazzini veniva a ballare da ragazzo. Per poi cambiar loro faccia. Ancora una volta. Portandosi dietro un’esperienza ramificata: dai rave all’agenzia Club Nation.
Stefano, come vive questo compleanno?
«Mi accorgo di come gli anni siano volati. E sono contento di averli raccolti in un libro, devo ringraziare i tanti che hanno contribuito. Io di mio non posso che essere orgoglioso di questo club capace di resistere nel tempo, come fossimo a Londra o Berlino. I vari proprietari hanno sempre tenuto il nome, un gesto di attenzione che ha aiutato a creare un legame con la città e con il quartiere. Pensa a come è cambiato qui intorno. Trent’anni fa era un deposito di treni, oggi siamo di fianco al Villaggio Olimpico e agli uffici di Prada».
Quindi qual è il segreto?
«Essere fluidi. Il club si è modificato seguendo generi, gusti, tendenze. Cosa che ha permesso di essere al 100% all’interno del tessuto sociale. Non c’è nessuno a Milano che non sia mai stato ai Magazzini. E poi non abbiamo un target».
"Il club si è modificato seguendo generi, gusti, tendenze. Cosa che ha permesso di essere al 100% all’interno del tessuto sociale”
Ci passano tutti?
«Sì, siamo trasversali: programmiamo il concerto e il grande evento della moda, ci sono i diciottenni al sabato e la comunità Lgbtqia+ al venerdì per La Boum. Poi personalmente dieci anni fa ho cercato di portare una visione più internazionale, comunicando le serate come momenti irripetibili, da vivere solo qui e in prima persona. E credo che tutto questo sia arrivato. Avere poi i contatti per portare subito i Soulwax o Laurent Garnier ha fatto il resto».
Una foto d'archivio dei Magazzini
Ha girato pagina.
«Ho tolto un po’ di polvere».
La serata più bella?
«Con i Chemical Brothers lo scorso novembre io ho raggiunto la pace cerebrale. Li ho sentiti per la prima volta nel 1995 e li considero il motivo per cui ho cominciato a fare questo lavoro. Una serata perfetta, loro carini e disponibili a suonare per due ore e mezza, un pubblico bellissimo. È stata la chiusura di un cerchio, una catarsi dove ho percepito un senso di magica unione che ci abbracciava. Oppure mi viene in mente, nel 2018, Peggy Gou. Non so se ha presente le sue quotazioni ora».
Cifre folli.
«Esattamente. Venne da noi appena prima di esplodere. Fatboy Slim invece è già passato due volte. Tranquillo, easy: gli artisti affermati sono i migliori».
Ci dica dei più capricciosi.
«No comment! Ormai ci rido su. Però posso dire che in generale più sono giovani e più tendono a mostrarsi capricciosi».
Quanto è stata formativa la scena rave?
«La considero la mia scuola. Mi ha permesso di assorbire vero amore per la musica e per le persone. Così ho scoperto il piacere di fare qualcosa per gli altri. Era l’epoca poi in cui l’elettronica influenzava l’intero panorama culturale. Pensi solo a come ha modificato il pop. E non si tratta di comporre una traccia per Dua Lipa. Parliamo degli album di Björk o Moby».
Continua a piacerle la notte?
«Al grande evento vado e con piacere, come con i Chemical. Ma altrimenti il mio obiettivo è preparare tutto e rimanere a casa. Mi dà soddisfazione organizzare, creare qualcosa che poi si godano gli altri. Sono amante del momento prima, il sabato del villaggio. Quando la serata inizia penso già alla prossima».
"Sono amante del momento prima, il sabato del villaggio. Quando la serata inizia penso già alla prossima”
Com’è il clubbing a Milano?
«Una volta si passava dal centro sociale al privé. Oggi vedo tante piccole realtà, giovani promoter che cercano di emergere ma che spesso si abbattono al primo ostacolo. Ci sono poi situazioni ibride che andrebbero monitorate meglio, come i bar che aprono ai dj. E resistono anche i club legati alla moda o a un brand. Una situazione frammentaria».
Le piace la città che cambia?
«Non potrei lavorare con l’elettronica se non apprezzassi i cambiamenti. La città si muove, non sempre verso l’alto. Dopo Expo mi sembrava radiosa, ha avuto alcuni anni di rinascita e fermento. Oggi ha qualche problema. Dinamiche normali per una metropoli che fa i conti anche con la disuguaglianza. Certo è diventata molto cara Milano. Servizi e cultura non credo però abbiano eguali in Italia».
Sogno nel cassetto?
«Vorrei riorganizzare un grande festival, vivere quel forte impatto emotivo in cui lavori un anno per concentrare tutto in tre giorni, cercando di resistere».
Mi sa che ha già qualcosa in mente...
«Ne riparliamo nel 2027...»
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