Daniele Gattano e lo stand-up con le conversazioni origliate al bar. "L’incubo peggiore? Fare il giullare dell’aperitivo” |
Daniele Gattano
Per approfondire:
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Daniele, come presentiamo lo spettacolo?
"È un lavoro di stand-up in cui cerco di non parlare solo di me. Merito di una ragazza che ho ascoltato per caso, seduta al tavolino di fianco al mio. Si lamentava di come i comici avessero stancato perché sono un continuo “io, io, io...“".
Si è sentito tirato in causa?
"Diciamo che è qualcosa che voglio evitare. Ho quindi iniziato per un anno ad appuntarmi gli stralci di conversazioni intercettate sui mezzi, al bar, in treno. Mi piace come dalla battuta di un barista possa nascere un monologo".
Ci faccia un esempio.
"Un giorno ho sentito due che parlavano di viaggi. Uno era stato in Islanda, l’altro gli rispondeva che invece il suo spirito era più nomade, avventuriero, motivo per cui la vacanza ideale era la crociera, anche perché quando torni in nave sono tutti italiani... Una di quelle cose che non ti immagini nemmeno. E che a me offre lo spunto per parlare poi di nazionalismo, Made in Italy, capitalismo. I grandi temi nascono dalle piccole cose".
Chi è il suo pubblico?
"Ultimamente si è allargato attraverso Instagram e il monologo che ho fatto anche su Comedy Central ispirato alle due signore ricche sedute di fronte a me sul treno. Quello sui due modi opposti di vivere la ricchezza, in stile Bruni Tedeschi o Santanchè. Ora mi seguono molte più donne, non posso ancora dire di essere trasversale, ma sicuramente il legame non è solo con la comunità lgbtqia+ di cui ho sempre trattato i temi".
E la seguono Santanché o Bruni Tedeschi?
"Molte Bruni Tedeschi ma più nella versione Rohrwacher. Io di mio credo che sarei una Lilli Gruber, la via di mezzo: contenuti di una e look dell’altra".
Spunto infinito per cene e aperitivi.
"Non hai idea, si va avanti ore. Poi a me diverte ampliarlo sui dettagli: la tazza, lo smartwatch, le borse".
A lei chi fa ridere?
"Francesco Piccolo, uno dei miei scrittori preferiti. Mi piace come il dettaglio quotidiano diventi spunto comico".
Quando ha scoperto la comicità?
"Ho iniziato con la prosa, alla Scuola del Teatro Stabile di Genova. Dopo alcuni anni, ho intercettato un laboratorio di Zelig a Roma. Pensavo fosse uno di quei momenti di ricerca in cui ci si veste tutti di nero, a piedi nudi, uno fa il viola e l’altro il koala. Diciamo che non era esattamente così. E indagando la comicità ho scoperto un mio tratto autoriale che non pensavo di avere. Oltre al piacere di non rimanere in attesa di una chiamata del regista ma di fare subito le mie cose, girando per pub e locali".
Serata storta?
"Ricordo un pomeriggio, per un evento aziendale e la sensazione di essere il giullare dell’aperitivo. Situazioni in cui ti ripeti “Prendi i soldi e scappa!“. Se il monologo è rodato invece non c’è ragione di andare in ansia. Ma non è spocchia, è matematica, come dice Woody Allen".
La tv?
"Un compromesso. Non puoi dire tutto a ogni ora del giorno, devi inserirti nello stampo specifico di ogni singola trasmissione. Ma è un mezzo che mi diverte. E anche se non siamo più negli anni ’90, continua a darti un altro livello di popolarità".
Le stanno strette le etichette?
"Mi fanno sorridere. So che a volte si va di fretta, Teresa Mannino è sempre “la comica siciliana“. Ma oggi poi che tocco temi differenti mi accorgo che divento una cosa diversa a seconda di quello che propone l’algoritmo. E così per alcuni sono il comico gay, per altri quello del monologo sulle borse di tela".
Progetti?
"Presto lavorerò sul nuovo spettacolo, non sarà facile, mi sembra di pretendere di più dalla mia scrittura. Spero solo di evitare la decrescita. Perché a me questo livello attuale va già parecchio bene".
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