Camerata ’Tomaten’, condanna confermata: “Non firmò il ricorso, totale disinteresse per la giustizia”. Ora resta solo la Cassazione |
Un'immagine dei momenti successivi alla strage di piazza della Loggia. Tra le persone dietro il cordone di sicurezza si riconosce Marco Toffaloni (nel cerchietto)
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I giudici hanno accolto la richiesta del procuratore generale Guido Rispoli, secondo cui l’imputato, ritenuto uno degli esecutori materiali della strage di piazza Loggia, non avendo dato alcun mandato al difensore - pur a conoscenza del procedimento - destituirebbe di fondamento il ricorso stesso, mostrando un totale disinteresse per la giustizia. Una tesi sostenuta anche dai legali delle parti offese.
La strage avvenne nel 1974: Toffaloni è stato condannato a 30 anni di carcere
Sul luogo della strage
Il 28 maggio ‘74 ‘Tomaten’, come era soprannominato dai camerati per i frequenti rossori in viso dovuti al temperamento irascibile, aveva 16 anni. Non si è mai presentato in aula, nemmeno di fronte a una richiesta di accompagnamento coatto (a cui le autorità elvetiche non avevano dato corso). A suo carico per l’accusa vi sarebbero plurimi indizi concordanti. Non solo la foto scattata a Brescia subito dopo lo scoppio, con quel ragazzino immortalato in piazza, altamente compatibile con l’imputato, ha decretato una perizia.
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La testimonianza di Giacomazzi
C’è la testimonianza di Ombretta Giacomazzi, la fidanzata del neofascista bresciano Silvio Ferrari - il 19 maggio ‘74 morì per una bomba che trasportava in Vespa esplosa per ‘sbaglio’ - la quale rivelò di averlo incontrato più volte alle riunioni riservate a cui partecipava Ferrari a Verona. Alla caserma dei carabinieri di Parona e a Palazzo Carli, quartiere generale della Ftase/Nato, dove alti ufficiali dell’Arma, dei servizi e statunitensi pianificavano strategie eversive coinvolgendo i giovani ‘neri’.
Giacomazzi raccontò di avere visto ‘Tomaten’ spesso a Brescia nella sua pizzeria Ariston con l’amico Roberto Zorzi (sotto processo in Assise per concorso in strage), in particolare dopo la morte del fidanzato, quando Zorzi avrebbe dichiarato che bisognava vendicare Silvio (“quello che non ha fatto lui dobbiamo farlo noi”). Toffaloni, descritto in sentenza di primo grado come razzista, cinico e aggressivo, avrebbe anche litigato con un recalcitrante Ferrari, individuato per compiere l’attentato nel locale Blue Note la notte in cui poi morì.
I soccorsi subito dopo la strage
Possibile ricorso in Cassazione
E poi a carico di ‘Tomaten’ ci sono le parole del pentito padovano Giampaolo Stimamiglio, secondo cui Toffaloni durante una rimpatriata negli anni ‘80 all’hotel Garda si sarebbe lasciato sfuggire, in merito alla strage, vantandosene, “Son sta mi”. Nulla che configurerebbe una prova concreta, ha sempre sostenuto la difesa. Che ora potrà ricorrere in Cassazione. Dopodiché, in caso di ulteriore rigetto, per la giustizia italiana Toffaloni sarà colpevole senza possibilità di appello.
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