Meloni tira dritto. "Nessun pasticcio, andiamo avanti". Fiducia e decreto ad hoc per il dl

I deputati delle opposizioni occupano i banchi del governo durante la conversione in legge del dl Sicurezza alla Camera

Per approfondire:

Articolo: Dl sicurezza, Meloni: “Faremo delle correzioni”. Verso nuovo decreto: “Incentivi non solo per avvocati ma anche per mediatori”Articolo: Sicurezza, l’altolà del Colle. Il decreto si arena sulla norma per gli avvocati. Mantovano da Mattarella e poi lo stop

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Roma, 22 aprile 2026 – Cambiare una norma elogiandone la perfezione. È il cortocircuito logico e politico che va in scena al Salone del Mobile di Milano, dove Giorgia Meloni annuncia la revisione del controverso bonus rimpatri da 615 euro per gli avvocati. Il governo arretra sotto i colpi del Colle, ma la premier non cede: "Sul decreto Sicurezza, che non considero affatto un pasticcio, stiamo raccogliendo i rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati. Li trasformiamo in un provvedimento ad hoc, perché non c’è tempo per correggere il testo durante la conversione. Ma la norma rimane: è di assoluto buon senso". A dirla tutta, la misura non si infrange su banali rilievi tecnici, ma sui dubbi di natura costituzionale sollevati dal presidente della Repubblica. Una differenza non da poco. Per uscire dall’impasse il governo sceglie una mossa acrobatica: pone la questione di fiducia sul decreto in scadenza il 25 aprile per convertirlo entro venerdì e, contemporaneamente, vara un ’decretino’ per correggerne la parte più controversa. La sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, Matilde Siracusano (FI), ne chiarisce i dettagli: il bonus non sarà più gestito dal Consiglio Forense, verrà esteso a mediatori e associazioni e sarà slegato dall’esito della procedura. L’aumento dei costi fa storcere il naso al ministro dell’Economia Giorgetti, ma le coperture finanziarie si può star certi che si troveranno.

La premier Giorgia Meloni

Un iter così travagliato scatena inevitabilmente l’ira delle opposizioni. Quando la maggioranza cala la “ghigliottina” alla Camera per troncare la discussione generale, il centrosinistra insorge e occupa i banchi del governo. Tra i più accesi c’è Arturo Scotto (Pd), che viene espulso, e la seduta viene sospesa. Alla ripresa, in un clima rovente, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, pone la questione di fiducia. Il correttivo dell’esecutivo viene bocciato senza appello dall’opposizione. "Il governo fa votare una norma incostituzionale", tuona Debora Serracchiani, che tira in ballo perfino Ignazio La Russa. La deputata del Pd accredita una ricostruzione secondo cui il mancato ricorso all’emendamento deciso la scorsa notte dipenderebbe dal presidente del Senato, incapace di garantire il rientro tempestivo dei parlamentari di maggioranza per la terza lettura nel fine settimana. "S’informi meglio o espliciti le sue fonti", replica secco Emiliano Arrigo, portavoce di La Russa, innescando un aspro botta e risposta.

Il centrodestra, dal canto suo, ostenta sicurezza: "C’è il semaforo verde del Quirinale". In realtà, il capo dello Stato ha più volte ricordato che la sua firma non implica un’approvazione politica, ma certifica unicamente l’assenza di palese incostituzionalità. In ambienti parlamentari si mormora che Sergio Mattarella avrebbe preferito la cancellazione tout court della misura e che scruterà il nuovo testo col bilancino. C’è da dire che, tecnicamente, l’uso di un decreto per correggere una norma ha dei precedenti. È il caso del famigerato “comma Fuda” – che riduceva i termini di prescrizione per i reati contabili, risultato indigesto all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – poi cancellato dalla Finanziaria 2006. Sul piano politico, però, la differenza è abissale: all’epoca il governo guidato da Romano Prodi ammise l’errore; oggi, invece, l’esecutivo continua a esaltare l’impianto della norma revisionata, derubricando il tutto a mere “sviste tecniche”.

Nella sostanza, l’intervento del Quirinale si conferma un tentativo chirurgico di limitare i danni senza forzare la mano. Per Matteo Salvini, però, è già troppo e non nasconde l’insofferenza: "Non mi stupisco più di nulla". Eppure, il Capitano riesce nell’intento di tirare la premier dalla sua parte. Giorgia Meloni è certamente irritata con i suoi parlamentari per la superficialità con cui hanno scritto l’emendamento originario, ma ne difende l’intento con la stessa determinazione del suo vicepremier. Gli accenti possono apparire diversi, ma la mossa politica è identica: per arginare il calo dei consensi ed esorcizzare lo spettro di una sconfitta elettorale, si punta sulle carte forti. Si scommette, insomma, sui grandi classici delle politiche securitarie e del duro contrasto all’immigrazione.

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