Smart working fra previsioni smentite e stretta delle aziende: la svolta passa da diritti e contrattazione |
I sindacati chiedono tutele e il rispetto del diritto alla disconnessione
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Situazioni diverse, in diversi settori, legate dalla stessa problematica: il ritorno a una modalità di lavoro prevalentemente in presenza o una quota di lavoro agile ritenuta insufficiente. A sei anni di distanza dalla pandemia, che aveva costretto alla chiusura degli uffici per contenere i contagi, i dati fotografano un numero di persone che usufruiscono dello smart working sicuramente più alto rispetto al pre Covid ma con politiche aziendali che tendono a ridurlo, soprattutto nelle piccole imprese ma anche in grossi gruppi.
Le cifre
Secondo una stima elaborata dalla Uil Milano e Lombardia, sulla base dei tassi nazionali dell’Osservatorio del Politecnico, nella regione i lavoratori coinvolti nello smart working sono 703.784. Una platea di: 109.259 persone nella pubblica amministrazione, 211.627 in microimprese e Pmi, 382.898 nelle grandi imprese.
Nella Città Metropolitana di Milano la stima Uil indica 234.238 lavoratori in smart working, pari a circa un terzo del totale regionale stimato, con una forte concentrazione nelle attività a più alta intensità organizzativa e professionale. Una modalità di lavoro con diverse sfumature e regolata da accordi sindacali, mentre sono rari i casi di imprese che offrono uno smart working totale.
La smentita
Le previsioni che avevano preso piede durante la pandemia di un tramonto del classico lavoro d’ufficio, anche attraverso la creazione di “hub decentrati” per connettersi a distanza, in ogni caso, non si sono realizzate.
Così come non si è realizzata l’idealizzata fuga dalla città, per lavorare al computer da paesi di campagna o da altre regioni. “Lo smart working è ormai una componente strutturale dell’organizzazione del lavoro e, proprio per questo, va governato con serietà – spiega Salvatore Monteduro, segretario Uil Lombardia –. Il punto non è soltanto quanti lavoratori fanno smart working, ma come lo fanno: con quali tutele, con quale diritto alla disconnessione, con quali strumenti, con quali criteri organizzativi e con quale equilibrio tra produttività e qualità della vita”. Si evidenzia, tra le criticità, la maggiore concentrazione del lavoro agile nelle grandi imprese rispetto alle Pmi.
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L’occasione persa
“Le aziende meno strutturate si sono rivelate incapaci di gestire una modalità di lavoro a distanza – spiega Eros Lanzoni, segretario della Cisl di Milano –. Non è una questione di produttività, perché tutti gli studi dimostrano che questa aumenta, quanto piuttosto di mancanza di visione anche da parte delle associazioni di categoria che, nonostante le nostre richieste, non hanno mai attuato strumenti in grado di aiutare le aziende più piccole in questo passaggio. In questo senso la pandemia è stata un’occasione persa”.
Lo sguardo è ora rivolto alla grande sfida dell’intelligenza artificiale, con l’ipotesi di un dialogo con enti come il Comune di Milano e le sue partecipate o con Assolombarda per “governare questi processi e anticipare possibili rischi”. La Uil Lombardia, intanto, chiede di aprire una fase nuova sul lavoro agile, fondata su “qualità e relazioni industriali”, con particolare attenzione anche alla pubblica amministrazione. “Se ci si si domanda quali siano i presupposti per uno smart working del futuro direi che sicuramente serve una contrattazione di qualità sul lavoro agile – conclude Monteduro – serve rendere effettivo il diritto alla disconnessione, serve monitorare i carichi di lavoro e investire su formazione organizzativa e digitale”.
Un appello a “governare il cambiamento” rilanciato anche durante il dibattito sul lavoro organizzato da Aidp a Palazzo Mezzanotte: “Il futuro per il lavoro passa dalla IA, dalla riduzione dell’orario di lavoro grazie alla tecnologia e alla contrattazione”.
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