Impagnatiello ha pianificato l’omicidio di Giulia Tramontano con fredda determinazione: ecco perché ci sarà un nuovo processo

Giulia Tramontano aveva 29 anni quando fu uccisa, incinta, dall’ex compagno Alessandro Impagnatiello (a destra in una foto durante il processo d’Appello)

Per approfondire:

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Milano, 9 aprile 2026 – L’aggravante della premeditazione sarà al centro di un nuovo processo d’appello sul femminicidio di Giulia Tramontano, massacrata con 37 coltellate nel maggio del 2023 dal fidanzato Alessandro Impagnatiello nell’appartamento a Senago, a una manciata di chilometri da Milano, dove abitava la coppia. Fendenti che, tre anni fa, hanno spezzato la vita anche del piccolo Thiago, che la donna portava in grembo.

La Corte di Cassazione, accogliendo la richiesta della Procura generale ha disposto un nuovo procedimento per valutare la sussistenza o meno dell’aggravante, che era caduta nel processo di secondo grado concluso in ogni caso con la conferma della condanna all’ergastolo. Respinta, invece, la richiesta della difesa dell’ex barman di escludere l’aggravante della crudeltà: mossa che, con l’eventuale riconoscimento delle attenuanti generiche, avrebbe potuto portare a un ricalcolo al ribasso della pena.

Giulia Tramontano (a sinistra) uccisa dal compagno Alessandro Impagnatiello (a destra, insieme al suo avvocato)

Il legale della famiglia

Il femminicidio di Giulia fu una “decisione maturata con fredda determinazione”, evidenzia l’avvocato Nicodemo Gentile, legale di Franco Tramontano, padre della vittima. “La decisione della Cassazione dal punto di vista tecnico va accolta con favore perché l’imputato è un uomo privo di empatia – prosegue – caratterizzato da un evidente gelo interiore. Ha ucciso per spirito punitivo: nessun impeto, nessuna reazione improvvisa, ma una decisione maturata con fredda determinazione”.

Il difensore

Decisione che invece “non condivide” il difensore di Impagnatiello, l’avvocata Giulia Geradini, che attende di leggere le motivazioni degli ermellini. Il suo assistito, sostiene, “sta facendo un percorso personale” dietro le sbarre, anche se il carcere dove si trova, quello di Pavia, “non offre grandi possibilità”. Il caso, quindi, tornerà davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Milano, sottoposto a una sezione diversa rispetto a quella che ha emesso la sentenza di secondo grado.

Giulia Tramontano

Le prove

Tra le prove della premeditazione, secondo l’accusa, il fatto che il 32enne avesse somministrato alla compagna veleno per topi a sua insaputa, pianificando il delitto per almeno sei mesi, come hanno dimostrato anche le ricerche online. A inchiodarlo anche il comportamento immediatamente precedente e successivo al delitto, volto a nascondere le tracce.

Un’azione lucida, seguita dall’occultamento del cadavere e dal maldestro tentativo di sviare le indagini dei carabinieri di Milano, coordinate dalla pm Alessia Menegazzo e dall’aggiunta Letizia Mannella. Lui, però, ha sostenuto di aver somministrato il veleno alla fidanzata solo per procurare un aborto, e di averla uccisa in un raptus.

In primo grado

A differenza del processo di primo grado, i giudici della Corte d’Assise d’Appello pur confermando l’ergastolo, avevano stabilito che “non vi sono prove che consentano di retrodatare il proposito” di Impagnatiello di uccidere Giulia “rispetto al giorno” in cui l’ha accoltellata, il 27 maggio 2023.

Averle somministrato il veleno per topi avrebbe avuto lo scopo di causare un aborto spontaneo e dare “una drastica “soluzione“” al figlio che la donna aspettava e che lui “identificava come “il problema“ per la sua carriera, per la sua vita”. Motivazioni accolte con sconcerto dai familiari della vittima, 29enne che dalla Campania si era trasferita a Milano per lavorare e aveva scelto di costruire il suo futuro con l’uomo che invece l’aveva tradita portando avanti una relazione parallela, fino a quando il castello di bugie è crollato.

Sposando il ricorso dei magistrati milanesi, la Procura generale della Cassazione ha sostenuto che “quello di Giulia Tramontano fu un agguato organizzato e premeditato”, con argomentazioni messe sul tavolo per sostenere la necessità di un processo bis sul nodo della premeditazione accolte dai giudici. Aggravante che, se riconosciuta, “blinderebbe“ la condanna all’ergastolo.

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