Non sembra, ma è stata una edizione tutta politica
Tutto è politica. Lo diceva Thomas Mann o forse già prima monsieur de La Palisse. Così la lettura miope di un'edizione degli Oscar poco agganciata alla realtà, solo perché nessuno, a parte Javier Bardem con spilla "Stop alla guerra e Palestina libera", ha gridato cose politiche sul palco, non tiene conto del fatto epocale che l'industria del cinema statunitense ha premiato il politicissimo Una battaglia dopo l'altra di Paul Thomas Anderson con ben 6 Oscar, i più pesanti, tra cui il miglior attore non protagonista Sean Penn che, ultimo dei mohicani, non era presente al Dolby Theater in aperta polemica con l'Academy che non ha mai voluto invitare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Insomma alla fine sono stati i film a parlare di politica, che è cosa sempre buona e giusta (il miglior documentario è stato Mr Nobody Against Putin sulla militarizzazione della propaganda delle scuole in Russia), con Una battaglia dopo l'altra che, da una parte, mette alla berlina il movimentismo rivoluzionario hippie sessantottesco, raffazzonato e confuso (Leonardo Di Caprio gira in vestaglia) ma, dall'altra, proprio nel personaggio del militare interpretato da Sean Penn che è diventato pure un meme accostato a Gregory Bovino, il detestato capo dell'Ice anti-immigrati, ridicolizza l'ultra destra che va a braccetto con il populismo più estremo. Non è un colpo al cerchio e l'altro alla botte, è la consapevolezza della confusione del presente che è poi anche quella del passato: "Le rivoluzioni iniziano contro dei demoni, e finisce che quei demoni combattono loro stessi" dice un personaggio tra quelli che incitano alla lotta armata. C'è poi l'Oscar al miglior attore protagonista che l'afroamericano Michael B. Jordan, per I peccatori di Ryan Coogler, ha tolto a interpreti come Timothée Chalamet, Ethan Hawke o Leonardo DiCaprio.
Spiacenti, devi abilitare javascript per poter procedere.
