Iran, la rivoluzione a tavola


In Iran perfino un bicchiere può essere un atto di disobbedienza. Non per il suo contenuto, ma per ciò che rappresenta. In uno Stato che punisce il piacere con la frusta e trasforma la religione in codice penale, mangiare e bere non sono più gesti privati: sono territori di conflitto. La Repubblica islamica non si limita a governare e vessare i cittadini, pretende di dominarne i corpi, le bocche, i desideri. Decide cosa è lecito assaggiare, cosa è peccato ingerire, cosa è crimine perfino sorseggiare. E quando il potere arriva a questo livello di intimità, la ribellione non ha bisogno di slogan: basta una tavola apparecchiata in segreto, una bottiglia nascosta, un sapore proibito.

Da quel momento, il cibo smette di essere nutrimento e diventa linguaggio politico. E il mercato nero non è più solo economia clandestina: è la mappa sotterranea di una società che rifiuta di essere domata. Dopo la Rivoluzione islamica del 1979 l’Iran ha imposto una delle legislazioni morali più rigide al mondo.

Il codice penale islamico punisce il consumo di alcol per i musulmani con ottanta frustate, e Amnesty International ha documentato casi reali di applicazione della pena. L’importazione di alcolici è vietata, così come quella della carne di maiale e di tutti i prodotti considerati haram. Le stesse autorità doganali iraniane, nei documenti ufficiali, elencano alcol e maiale tra i beni proibiti all’ingresso nel Paese. Non si tratta quindi di semplici consuetudini religiose, ma di norme giuridiche coercitive, applicate dallo Stato con strumenti penali.

Il risultato, come in ogni proibizionismo assoluto, non è l’estinzione del comportamento, ma la sua trasformazione in clandestinità.........

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