Una batosta netta ma è caduto il tabù: la battaglia rimane una giustizia giusta

È una batosta politica o forse è una batosta e basta, anche se dimostra che mezzo Paese vuole cambiare questa magistratura: di questo dovrà prenderne atto chi ha provato a cambiarla (il governo) ma anche quella sinistra che non ci ha neppure mai provato. È una batosta, perché tutti i sondaggisti hanno sempre detto che la maggioranza degli italiani era favorevole alla Riforma, ma, com'è evidente, non si trattava della stessa pur cospicua maggioranza che è andata a votare. Poi le analisi di corto respiro vanno tutte bene, anche perché non sapremo mai in che misura siano miscelate tra loro: quindi va bene dire che è stato anche trasformato in un referendum anti-Meloni (più di quanto sia stato recepito come pro) e quindi va bene fare un po' le vittime, dire che ha vinto la perpetua lamentazione italica che incolpa i governi in carica di qualsiasi cosa. Va anche bene, peggio, prendersela con una maggioranza silenziosa la quale, sondaggi alla mano, come detto, in un momento chiave si è fatta metter sotto da una minoranza rumorosa: questo a prender per buoni i dati sull'astensione, che a destra, ieri, registravano un 37 per cento (Lega) e un 32 (Forza Italia) e un 24 (Fratelli d'Italia) che sono percentuali assai più alte della maggioranza dei partiti di sinistra; per non parlare di quel centrodestra che ha semplicemente e inspiegabilmente votato No, che ci sono anche loro. È stata così forte, la batosta, che ora va bene tutto, anche cedere alla deriva scalfariana dell'additare un popolo peggiore rispetto a uno migliore. Tutto è perdonabile, a caldo: anche ricordare che è stata la campagna elettorale più scorretta e svilente che si ricordi, da parte, soprattutto, di una risvegliata Italia a bassa scolarità e alta frustrazione (ringraziamo i social) che ha imparato perlomeno a mettere una x su una scheda. Infine, per usare un gergo televisivo, andrebbe aggiunto che il miglior programma riformista ha comunque bisogno di un traino, e che questo traino, per il Sì, si chiamava Giorgia Meloni, alla quale è mancato giusto di moltiplicare i pani e i pesci, e però, nei suoi limiti, perdinci: non è stata in grado di prendere tutti gli elettori italiani, uno a uno, per accompagnarli all'urna. Le mancava giusto questo.

A metterla così, però, i frustrati sembriamo solo noi: e può anche essere. Ma non è il caso di esagerare col tafazzismo. Chi pensa ancora che fosse soprattutto un referendum sulla magistratura e sulla giustizia (siamo pochi, ma ci siamo) può consolarsi ammettendo che ha vinto il No, sicuro, ma non ha vinto il silenzio. Quella di ieri resta la tappa più importante di un percorso iniziato nei primi anni 90, quando Mani Pulite e le varie Tangentopoli furono per il nostro Paese come la caduta del muro di Berlino, il quale, da noi e solo da noi, cadde però per via giudiziaria e infuse la speranza, tra ingenuità, strame dello stato di diritto e capri espiatori, che si potesse davvero svoltare da una Repubblica all'altra con la scorciatoia dei tribunali. Non andò così. Non è andata così. Sul campo rimase un solo vincitore (non eletto) su cui gli italiani riposero il 97 per cento dei propri consensi: una sacrale, intoccabile e spesso irresponsabile magistratura che da trent'anni è protesa come grande gendarme su uno sfibrato ordine democratico. Ne siamo ancora ostaggio, l'anomalia resta, è un peso talvolta senza contrappesi. Per decenni la magistratura italiana, intesa come corporazione e non come singole persone, è rimasta sottratta non al dissenso polemico (quello non è mai mancato) ma a un giudizio popolare vero, largo, esplicito, non mediato: è rimasta circondata da una sorta di intangibilità morale che molti hanno sbrigativamente scambiato per una funzione superiore di risanamento pubblico. Eravamo fermi lì: ma, ora, quel tabù è stato incrinato apertamente. Il No ha senz'altro prevalso attraverso un passaggio democratico, ma di proporzione ben diversa da quella che molti prevedevano o speravano. Ad aver vinto, in questo referendum, è stata soprattutto la sua rilevanza: che non è solo quella sbrigativa e miope di chi cercherà di sgambettare il governo in un modo o nell'altro (soprattutto nell'altro) ma è la rilevanza di un tema quotidiano che per decenni era stato custodito come materia riservata, quasi indisponibile al giudizio della cittadinanza comune: non è chiaro quale toga, oggi, potrebbe dirsi soddisfatta di vivere un Paese che per buona parte non la stima e non ha fiducia.

Il problema del ruolo della magistratura, dei suoi limiti, delle sue degenerazioni, del suo rapporto con il potere, non è più definitivamente un tema da giuristi o da politici di professione, e tantomeno è un argomento chiuso: ha semmai fatto ingresso

riforma della giustizia

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