Modena: in Italia è vietato dare un nome alle cose. La battaglia (delle parole) che stiamo perdendo. |
Ed ecco qua: prima generazione, sesta generazione, più italiano di tuo nonno, meno straniero di un piemontese, ma laureato qui, nato qui. Italiano, straniero, marziano, indefinito. Indefinibile. Qualcuno ha le gambe amputate, altri declinano.
Provochiamo. Non si può parlare di terrorismo, non si può sfogare rabbia civile che ogni giorno viene accumulata subendo, inermi, la bulimia di informazione, che ci confonde, si attorciglia su opinioni autoritarie che ormai hanno sostituito le idee autorevoli, sulle emozioni che dominano la ragione. Non si può nemmeno lontanamente sfiorare l’idea di potersi confrontare sull’efficacia reale — quella della prossimità, dei quartieri, delle vie notturne, non dei banchi del Parlamento — dell’integrazione, se non si vuole finire dritti nel girone dei condannati alla gogna. Non si può chiedere giustizia, se non si vuole passare per fascisti. A breve, non si potrà nemmeno esultare per l’arresto dell’omicida di Modena, se non si vuole passare per giustizieri.
Non si può. Non si può. Non si può.
Dopo il sangue di Modena, le macerie umane. Più feroce della cronaca, vi è la negazione a cui ogni giorno siamo sottoposti. E questa, non viene lavata via dal tempo che passa. La censura annoda la gola. La parola impossibile da dire. L’eliminazione, dal dibattito democratico, della possibilità di manifestare un’alternativa rispetto all’imposto. Coito perennemente interrotto, processo alle intenzioni. La manifestazione, l’espressione, la parola. Quella parola che, se detta, condanna immediatamente al rango degli indecenti, di quel gruppo di infantili e pericolosi trogloditi, incapaci di vivere a pieno le gioie del progresso, di abbandonarsi alle infinite........