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Ora il governo teme la deriva delle toghe e le fibrillazioni nella maggioranza

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La botta è di quelle che si fanno sentire. Non tanto per la vittoria del "no", visto che a Palazzo Chigi erano consapevoli da settimane del fatto che la partita fosse aperta. Quanto per i numeri e una prima analisi del voto che preoccupa anche in vista delle politiche del 2027. Con un'affluenza del 58,9%, infatti, la forbice tra i "sì" e i "no" è di due milioni di voti, un dato questo sì inatteso. Come pure il fatto che le uniche dure regioni in cui ha prevalso il "sì" sono Lombardia e Veneto, mentre in tutte le altre ha vinto il "no". Insomma, una sconfitta netta. Con il centrosinistra che è riuscito a mobilitare un pezzo di elettorato solitamente dormiente e con una fetta importante di giovani che ha tirato la volata al "no". Secondo i dati di Opinio Rai, infatti, nella fascia tra i 18 e i 34 anni il 61,1% ha votato contro la riforma della giustizia.

Ci sarà però tempo e modo per analizzare i flussi elettorali, come pure fare una valutazione dei tanti inciampi delle ultime settimane, dalla surreale vicenda del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove (in molti dentro Fdi non escludono un suo passo indietro) alle sparate di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di via Arenula. Scivoloni, Meloni ne è consapevole, che non sono stati determinanti ma che hanno pesato.

Anche se la premier ha sempre detto che il voto non avrebbe avuto contraccolpi sul governo, le è ben chiaro che ci sarà un prima e un dopo referendum. Non solo perché un "no" che arriva con un'affluenza così alta è evidentemente un segnale politico al governo. Ma anche perché, seppure ieri i leader della maggioranza si sono sentiti telefonicamente per serrare le fila, è evidente che solo i prossimi mesi diranno quanto la batosta referendaria ha realmente agitato le acque nel centrodestra.

Meloni è la prima a mettere la faccia sulla sconfitta con un video-messaggio in cui prende atto del risultato e ribadisce che il governo andrà avanti. E lo stesso fanno Antonio Tajani e Matteo Salvini. E così sarà, con buona pace di chi teorizza che il voto di ieri avvicina le elezioni anticipate. Certo, la navigazione non sarà più così spedita come è stata fino ad oggi e difficilmente la maggioranza potrà riaprire la stagione delle riforme. A partire dal premierato, ormai destinato ad essere messo da parte.

Ma sarà sulla riforma della legge elettorale che nelle prossime settimane la maggioranza metterà davvero alla prova la sua capacità di tenuta. Più di un big di Fdi, infatti, conferma che Meloni sarebbe intenzionata ad andare avanti sul proporzionale con premio di maggioranza, tanto che qualcuno è arrivato perfino a ipotizzare che l'iter in commissione possa partire già oggi. In verità, la batosta referendaria avrebbe riacceso i dubbi della Lega sull'opportunità di cancellare i colleghi uninominali. E pure in Forza Italia si predica prudenza e si auspica il coinvolgimento di almeno un pezzo di opposizione.

Nel colloquio con Tajani e Salvini, inoltre, Meloni ha sì sottolineato la necessità di rimandare all'esterno l'immagine di un centrodestra compatto ma anche fatto presente che non intende né vivacchiare né farsi logorare. Tanto che nella giornata di ieri qualcuno ipotizzava che la premier potrebbe perfino decidere di fare un passaggio parlamentare, scenario in verità piuttosto improbabile. Meloni, infatti, è ben consapevole di avere davanti un anno di campagna elettorale permanente, con il rischio che l'esito referendario possa perfino ringalluzzire quella magistratura che la premier ha più volte accusato di lavorare per frenare il lavoro del governo su sicurezza e immigrazione. E visto l'esito del referendum, dice il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, "la preoccupazione è che questa azione potrebbe diventare ancora più invasiva".

Lega (Partito politico)

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