Shakespeare, non troppo: dubbi su Hamnet Albanese a picco: insipida commedia

Se nel 2021 con “Nomadland”, Chloé Zhao si era fatta un nome di prestigio, diventando la seconda donna a vincere l’Oscar alla regia (ora sono tre in tutto, calcolando prima Kathryn Bigelow e successivamente Jane Campion), è chiaro che con questo “Hamnet – Nel nome del figlio”, con l’invadente, ostinata pratica dell’accessorio italiano del sottotitolo, la regista cinese naturalizzata statunitense tenta ora di centrare il bis; e d’altronde il limite principale di questo film è proprio quello di evidenziarsi come un’opera programmata per questo, un lavoro puntigliosamente calcolato, dove l’emozione, che tuttavia fatica spesso ad accendersi, ma tocca sicuramente il culmine con la straziante morte del piccolo Hamnet, dovrebbe contagiare spettatori e l’Academy: non è un caso che nel film si inviti ad aprirsi al cuore, ma è altrettanto chiaro che spesso vince l’intenzione e non il risultato. “Hamnet – Nel nome del figlio” non è........

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