Il mago dei suoni: il laboratorio di Maurizio Biancani

Demiurgo del rock italiano e della canzone d’autore da cui provengono i suoni che hanno fatto la storia della musica italiana. Da lui ci sono passati tutti, da Vasco a Lucio Dalla

La geniale ironia di Lucio Dalla e le grida di riscatto di Vasco Rossi, le armonie vocali dei Pooh e la malinconia di Luca Carboni, la colta introspezione di Samuele Bersani e le schitarrate degli Skiantos. E poi ancora il blues padano di Zucchero, lo swing fumoso di Paolo Conte e la grazia di Ornella Vanoni, e Pino Daniele, Antonello Venditti, Enzo Iannacci, Irene Grandi, Fabrizio De André, Loredana Berté, Carmen Consoli, Negrita, Ligabue, Guccini, Morricone, Fossati, Battiato… Una lista lunghissima e sorprendentemente eterogenea con un elemento comune: i suoni delle canzoni che hanno fatto la storia della musica italiana provengono da un unico antro magico dove un esperto demiurgo ha catturato la “vibrazione collettiva” sin dagli anni 70 per trasformarla contemporaneamente in sogno e realtà, poesia e music business.

Maurizio Biancani, 73 anni indossati come un ragazzino, apre al Foglio le porte di Fonoprint, l’officina sonora che in cinquant’anni è diventata lo studio di incisione del rock italiano e della canzone d’autore, per festeggiare l’uscita del suo memoir “L’alchimista del suono. Cinquant’anni di musica al mixer” (Fernandel). Ci accoglie nell’ex convento del Quattrocento nel centro di Bologna con Paola Cevenini, memoria storica e “ombra”, presenza magnetica che “sa tutto di me” e della musica italiana, e che oggi promuove le visite guidate nello studio e i corsi di formazione tenuti da Biancani.

La prima incarnazione di Fonoprint era nata nel 1976 in un momento storico unico: la città era la capitale informale di arte e cultura, una specie di Parigi e Londra e New York con tortellini, lambrusco e jazz in ogni cantina. Una costellazione irripetibile di pop art, di fumetti di Pazienza, di romanzi di Tondelli, del Dams di Eco e delle rivolte del movimento studentesco. In città c’era appena stato il concerto dei Deep Purple che aveva scosso le coscienze e infiammato gli animi, e un ragazzino con lunghi capelli hippie aveva vissuto il suo bruciante sogno di un futuro luminoso. “La città era in fermento, l’energia nell’aria era palpabile. Bologna, in quei primi anni Settanta, sembrava respirare con un ritmo tutto suo”, scrive Biancani nelle prime pagine del libro, “Una città viva, affamata di novità̀, attraversata da un fermento culturale che si avvertiva ovunque: sotto i portici scrostati di via Zamboni pieni di volantini, nelle chiacchiere infuocate tra gli studenti fuori dall’Università̀ e nei bar con i juke-box che suonavano Battisti e Jimi Hendrix, uno dopo l’altro, come se il passato e il futuro si stessero dando il cambio. C’erano i collettivi politici, le prime radio libere che cominciavano a far capolino, la gente che parlava di rivoluzione a tavola e poi la sera andava ai concerti, a vedere i Genesis, gli Area, o quei pazzi dei Deep Purple”. E’ un racconto teso ma senza troppe concessioni alla nostalgia, e con uno sguardo limpido e onesto al passato. La fotografia brillante di un’epoca: “Bologna era così, contraddittoria e bellissima, come una ragazza che non capivi se ti stava prendendo in giro o se voleva davvero cambiare il........

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