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La dittatura del martirio. Il sentimento tragico dell’Iran celebra il sacrificio, non la vittoria

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22.03.2026

La decapitazione del regime prosegue. Nella Teheran crivellata da droni, bombe e missili, compaiono, dalla notte al mattino, murales freschi che raffigurano i leader martirizzati. Il sacrificio di Hussein, mito fondante, e la scelta di Mojtaba Khamenei

Sembra se la siano proprio cercata. Ali Khamenei sapeva benissimo di essere nel mirino. Sapeva benissimo di non potersi fidare di nessuno, men che meno dei suoi. Al tempo della breve guerra che avrebbe dovuto, anzi a detta di Trump aveva già “totalmente obliterato” le speranze nucleari iraniane, era sparito, aveva interrotto ogni contatto. Poi, alla vigilia di questa nuova guerra, aveva convocato una riunione con i suoi massimi collaboratori nel posto più ovvio, il bunker di casa sua. Come dire: eccomi, mandate i missili.

Ali Larijani, il potentissimo reggente di fatto dell’Iran dopo l’uccisione della guida suprema, si era fatto vedere e intervistare alla testa di un corteo, mentre piovevano missili sulla città. “Noi siamo qui. I loro capi si nascondono sull’isola di Epstein”, aveva dichiarato. Come dire: eccomi, provateci ad ammazzarmi. Detto fatto. Con lui è stato ucciso il nuovo capo dei pasdaran. Di Mojtaba Khamenei non si sa se è vivo o solo mezzo vivo. La decapitazione dei successori continua a ritmo serrato. Al punto che si fatica a tenerne il conto. Sopravvivere è quasi una macchia. Se qualcuno sfugge, o per un po’, il sospetto è che si sia defilato perché è stato lui a tradire gli altri. Se questa decapitazione permanente sia efficace o controproducente è un altro paio di maniche.

Intanto, quel che sorprende è la rapidità con cui, nella Teheran crivellata da droni, bombe e missili, compaiono, dalla notte al mattino, murales freschi che raffigurano i leader martirizzati. Più infaticabili di Banksy e dei suoi seguaci sui muri di Bristol. L’iconologia dei martiri è una tradizione che non si è mai interrotta. Ritratti dei caduti in guerra, le gigantografie dei leader assassinati, hanno proliferato sulle facciate degli edifici, incombono sul reticolo ormai fitto di sovrappassi e cavalcavia che attraversano come cicatrici tutta la città. Sono propaganda tanto scontata da essere diventata “sottofondo invisibile”. Sono onnipresenti. Ma invisibili, per assuefazione, ai presunti destinatari del messaggio. Quanto lo erano diventati, causa eccesso, le statue di Stalin e di Mao, o i magnifici, coloratissimi poster dei tempi della Rivoluzione culturale. Colpivano la fantasia dei visitatori occidentali. Ma non più quella dei cinesi. Che a Teheran ci tengano ancora a rinfrescarli ogni notte potrebbe però essere un ulteriore segno della resilienza del regime.

Più Trump li dà per battuti, sgominati, completamente distrutti, imploranti secondo ogni logica solo di potersi arrendere, più quelli continuano, contro ogni logica, a dar segni di sfida, rispondere colpo a colpo, tirar fuori missili dal cappello. Ci si interroga sulle ragioni della resilienza. Non c’è solo la stranezza per cui i leader massimi iraniani sembrano tenerci proprio ad essere uccisi. Ci sono radici profonde nel modo di sentire iraniano, nella particolare cupezza dello sciismo iraniano.

Miguel de Unamuno aveva chiamato “sentimento tragico della vita” il veder nero che avrebbe portato la Spagna alla gran voglia di autodistruzione della guerra civile. Unamuno sarebbe diventato poi un formidabile interprete del “caballero dalla triste figura”, e del suo scudiero Sancio Panza, che “no es estupido”, dubita continuamente delle panzane di Don Chisciotte, ma continua a seguirlo. Il titolo completo del libro di Unamuno, dei primi del Novecento, era, significativamente: El sentimiento trágico de la vida en los hombres y en los pueblos. Negli uomini e nei popoli.

Le nazioni hanno i loro miti fondatori, i loro eroi. Quello dell’Iran sciita non è un conquistatore, un vincitore. Non è carismatico. Non è un liberatore. Non è neanche un profeta. E’ un perdente. Una vittima. Un leader il quale, pur accerchiato da forze militarmente soverchianti, pur dopo aver perso in battaglia tutti i suoi comandanti,........

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