Teheran punta sul ricatto di Hormuz e pretende di trattare con Vance

Il regime non accetta il piano in quindici punti per la fine della guerra, preme sui negoziati e ancora una volta rischia di non prendere Trump sul serio

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Le parole e i fatti: l'Arabia Saudita contro l'Iran e e i 3.000 soldati americani per il medio oriente

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Per gli Stati Uniti la guerra contro la Repubblica islamica dell’Iran si può chiudere con un piano in quindici punti, un percorso ancora vago ma in cui sono state espresse le condizioni americane in modo coerente con le motivazioni per cui il conflitto è iniziato. Per la Repubblica islamica dell’Iran, invece, la guerra si può concludere in cinque punti che non rappresentano una sintesi, un piano più snello rispetto alle posizioni degli americani, ma ne pretendono l’esatto contrario. Cinque contro quindici, la guerra non finisce, ma al computo dei giorni che Donald Trump ha concesso per la diplomazia ne manca ancora uno, ancora si tratta. Per gli americani, la strada verso la fine del conflitto si costruisce con la rinuncia totale da parte dell’Iran al programma nucleare: gli oltre quattrocento chili di uranio arricchito al sessanta per cento dovrebbero essere ceduti all’Agenzia internazionale per l’energia atomica, mentre Washington si offre di aiutare Teheran a costruire un programma nucleare civile, prerogativa finora spettata a Mosca che soltanto ieri ha evacuato parte dei suoi uomini dalla centrale iraniana di Bushehr. 

Al regime viene anche chiesto di rinunciare al programma di addestramento e finanziamento dei gruppi armati che destabilizzano il medio oriente e di rendere libero il passaggio nello Stretto di Hormuz, dove transita il 20 per cento del petrolio mondiale, attualmente tenuto in ostaggio da Teheran. Sul programma missilistico invece, gli americani hanno lasciato la possibilità di costruire un arsenale limitato con  missili  da stabilire per quantità e raggio. In cambio di tutte le rinunce, il regime avrebbe il suo risanamento economico. I quindici punti presentati dagli americani sono il frutto del coordinamento con Israele che sa e segue quello che succede.  ma per il momento, seppure di fronte alla vaghezza del percorso proposto, Teheran ha risposto con un prevedibile “no”. Le sue condizioni, raccontate dalla televisione iraniana, sono: cessazione completa della guerra; garanzia che non ci saranno più attacchi contro la Repubblica islamica; pagamento delle compensazioni per il conflitto; conclusione della guerra ovunque (anche in Libano); riconoscimento internazionale e garanzie relative al diritto sovrano dell’Iran di esercitare la propria autorità sullo Stretto di Hormuz. Tra le condizioni, non ci sono riferimenti al nucleare, il regime punta dove pensa che faccia più male: Hormuz. E puntando sullo Stretto, a parole, alza il tiro per un futuro accordo. La guerra non può finire con Hormuz nelle mani del regime che lascia passare navi a singhiozzo, basandosi sulla lista di paesi amici o su pedaggi costosissimi imposti alle imbarcazioni all’ingresso.   La risposta iraniana mostra che per Teheran oggi è Hormuz a dettare le condizioni. 

Nonostante il diniego però, lo spazio diplomatico non si è chiuso. “E’ compito del presidente Trump dare una possibilità ai negoziati”, dice Jason Greenblatt, ex consigliere del capo della Casa Bianca durante il primo mandato ed ex inviato in medio oriente. “Questa è una guerra americana, israeliana e del Golfo, il presidente  non mollerà gli israeliani e gli altri alleati”. Secondo la Cnn, gli iraniani avrebbero  preteso di parlare con il vicepresidente J. D. Vance, che sarebbe pronto a viaggiare in Pakistan, dove sembra si stia allestendo il teatro per i colloqui indiretti fra Washington e Teheran. Vance per gli iraniani è il ventre molle dell’Amministrazione americana, il suo silenzio sulla guerra lo rende appetibile, sanno di non poter più parlare con chi finora si è occupato di medio oriente per conto di Trump, l’inviato Steve Witkoff e il genero Jared Kushner. “Non si sa cosa pensi davvero Vance, ma anche qualora fosse contro l’operazione militare non sarà lui a far cambiare idea a Trump”, dice Greenblatt. E il motivo è che per il presidente americano lo scontro con il regime di Teheran è qualcosa che ha molto a che fare con gli Stati Uniti: il capo della Casa Bianca, spiega il suo ex consigliere, in questa guerra ci crede davvero e come nessuno lo ha tirato in mezzo, nessuno lo persuaderà che bisogna ritirarsi prima che “la vittoria” sia stata raggiunta. In realtà Trump ha già parlato di vittoria, ha detto che gli iraniani gli hanno fatto uno splendido regalo e, secondo il Times of Israel, il dono consiste nel passaggio concesso ad  alcune navi attraverso Hormuz. Lo Stretto è il tormento e la soluzione, il ricatto e la punizione. “A Trump restano due anni e mezzo e il calcolo che il regime potrebbe fare è intavolare una partita lunga, aspettare che passi”. 

Teheran potrebbe pensare che il capo della Casa Bianca che ora dice di voler parlare sia pronto a un passo indietro e ora vuole dettare le condizioni: sceglie con chi parlare e dove farlo. Il fatto che per due volte gli americani abbiano agito militarmente durante i negoziati è sintomo che potrebbe accadere anche una terza volta. Lunedì Trump ha fermato l’ordine di colpire le infrastrutture energetiche del regime, per ora celebra le aperture dell’Iran che solo lui vede, ma nei fatti in medio oriente sta mandando più soldati. 

Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)

Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)


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