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Il valore dell’arte

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15.12.2019

Milano. La copertina è austera, il lungo titolo asettico è da relazione tecnica: “La rideterminazione a fair value del valore del patrimonio storico-artistico di Intesa Sanpaolo - Note metodologiche ed effetti bilancistici”. Eppure, aprire il piccolo volume pubblicato da Aragno è come aprire uno scrigno. Non soltanto perché il “white paper”, di questo si tratta, passa allo scanner un patrimonio che supera abbondantemente le 30 mila opere, cui va sommato il valore delle tre sedi museali del sistema Gallerie d’Italia (Milano, Napoli, Vicenza) che fanno della ricchezza artistica della banca una delle più importanti collezioni corporate al mondo. Ma anche, o ancora di più, perché il lavoro compiuto è esemplare: nel senso che potrebbe fare da esempio ad altre istituzioni che volessero intraprendere la stessa strada per valorizzare un pezzo della propria storia, e dunque del proprio patrimonio. E renderlo inoltre “un bene comune”, qualcosa di cui può beneficiare la collettività.

Che cosa fa un soggetto economico privato, quando si accorge di avere un patrimonio di arte ingente? Si interroga su come conservarlo e valorizzarlo. In altre parole, si sente investito di una responsabilità: verso i propri investitori, certo, ma anche verso il sistema culturale dell’intero paese. Rideterminare il valore a prezzo corrente di mercato – la rivalutazione a fair value – di beni che nel corso di decenni o secoli sono rimasti, per così dire, in quota ammortamento è un passaggio decisivo. Può sembrare un’operazione meramente........

© Il Foglio