Le crepe trumpiane dietro la guerra all'Iran, un conflitto poco apprezzato

Dall’attacco all’Iran, JD Vance è sparito. E a destra tanti si rivoltano contro l’interventismo del presidente, che di fronte alle critiche per l'inversione di rotta rispetto al dogma "America First" ha risposto: "Maga sono io"

Riluttanti sulla guerra giusta e vicini a Putin. Nel mondo Maga c'è qualcosa di peggio di Trump

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Eravamo trumpiani. La trasferta senza fanfare di FdI a Dallas da Trump. Mentre la premier si distanzia dal tycoon

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Il capo della Cia contraddice il putinismo dei trumpiani. I fondi per “uccidere i bad guys”

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Il giorno in cui è stato dato l’okay definitivo all’operazione “Epic fury” in Iran, Donald Trump era nella sua Versailles marittima, in Florida. Accanto a lui nelle foto ufficiali vediamo il segretario di stato e falchetto Marco Rubio, già architetto dell’azione di cattura di Nicolás Maduro in Venezuela. Nella war room allestita nel resort c’era un grande assente: il vicepresidente JD Vance. L’hillbilly bestsellerista supportato dalla Silicon Valley girardiana era rimasto a Washington, insieme alla capa della Sicurezza interna, Kristi Noem, che di lì a poco è stata licenziata. L’esclusione del memetico millennial Vance, si dice nei corridoi, è nata dalla sua iniziale opposizione al regime change nell’Iran degli ayatollah. Il giorno prima che le bombe colpissero Teheran, Vance diceva in un’intervista al Washington Post: “Trump è scettico su un intervento iraniano”, aggiungendo che la via diplomatica era “alla loro portata”. Poco prima aveva incontrato il ministro degli esteri dell’Oman per cercare di organizzare altre negoziazioni sul nucleare. Negli incontri a porte chiuse Vance aveva dichiarato di non volersi impaludare in medio oriente, ricordando a tutti che il successo del movimento Maga è nato anche dalla netta opposizione alla politica estera dei predecessori repubblicani. George W. Bush, dalla discesa in campo in scala mobile del tycoon televisivo, era diventato il feticcio espiatorio della nuova destra. A rivedere i vecchi comizi di Trump c’è l’imbarazzo della scelta sulle posizioni anti-interventiste in Iraq e Afghanistan, su cui, con la sua solita empatia, sembrava ignorare il trauma collettivo dell’11 settembre. “Quando smetteremo di sprecare soldi nel ricostruire l’Afghanistan? Prima dobbiamo ricostruire il nostro paese”, twittava nel 2011 e, in un rarissimo caso di vicinanza al nemico originario, aveva addirittura dato ragione a Barack Obama quando aveva dichiarato di volersi ritirare da Kabul. Meglio Obama di Bush, nella strana ottica demagogica Maga. Da vero maestro del populismo Trump diceva: “Spendiamo otto triliardi laggiù e qui le strade cadono a pezzi”. E’ così che è nata la destra pacifista, la destra “America first!”, slogan che Philip Roth, nel romanzo distopico Il complotto contro l’America, fa uscire dalla bocca di un candidato presidente Charles Lindbergh, vittorioso contro Roosevelt, che fa subito un patto di non interferenza con Hitler e il Giappone e accusa gli ebrei di manipolare i media. È anche sulla necessità di tenersi fuori dai “conflitti degli altri” che questa nuova destra ha costretto i vari neocon a fuggire dal partito dei Bush (da David Frum a Colin Powell, fino a costringere Dick Cheney, artefice della politica estera di Bush, a dichiarare il suo voto per Kamala Harris). Una destra che adesso, dopo aver governato per cinque anni, con in mezzo la parentesi bideniana, si sente tradita dall’espansionismo che, usando il vocabolario della sinistra hippy e socialista, etichettano come “imperialista” e troppo costoso.

Torna la teoria del ferro di cavallo per cui gli estremi si avvicinano, e........

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