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No, la depressione non è un buon motivo per fare della grande letteratura

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13.12.2018

Da anni si è imposta tra l’opinione pubblica una strisciante dottrina secondo cui la depressione è una malattia da sentimentali. Una di quelle fisime che si guariscono con una bella passeggiata o, come succede in certe cliniche farlocche americane, con la equine-assisted therapy. Purtroppo la ricerca ha dimostrato che cavalcare e strigliare cavalli, per quanto possa essere piacevole, non aiuta i veterani a superare stress post-traumatici, ma al massimo può aiutarli a rimandare il suicidio. Per fortuna, qualche mente illuminata è arrivata alla conclusione che i nostri cari amici cavalli possono darci molto di più che un po’ di dolci nitriti e romantiche trottate sulla spiaggia: possono passarci i loro anestetici.

L’introduzione della Ketamina nella cura della depressione non è una novità. Già nel 2015, il dottor David Feifel dell’Università della California, interpellato da “The Lancet”, elencava le potenzialità dell’uso (allora in fase sperimentale) di questo anestetico per cavalli. Alla stessa maniera la pensava, nel Regno Unito, il dottor Rupert McShane: secondo questi due scienziati, i pazienti affetti da depressione e resistenti a ogni forma di trattamento canonico, trovavano nella Ketamina l’unico efficace e duraturo sollievo. Ma l’uso a scopi terapeutici di questo sedativo da ippodromo (che negli anni Sessanta entrò nel menu fisso dei fan della psichedelia) ha sempre avuto i suoi detrattori. Oltre alle........

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