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L'avanguardia estrema di un esteta

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11.02.2019

"You can't achieve artistic results with normals" (Jack Smith)

A volte, per allontanarci dalla mestizia della nostra quotidianità, basta ricordarci la vita dei più grandi pionieri dell’arte. Per esempio, quando versare l’affitto mi butta giù, penso a un uomo che ha dedicato la sua intera esistenza a combattere i princìpi base del capitalismo, tra cui il landlordism, ossia il rapporto di asservimento tra il proprietario della casa e chi pur vivendoci e vivendola in pieno, è costretto a pagarla.

Jack Smith nacque a Columbus, Ohio, nel 1932, e trascorse la sua prima adolescenza alimentando il suo immaginario di giovane omosessuale di provincia con ripetute e ossessive visioni di film con Maria Montez, una modesta attrice che dominò il cinema anni Quaranta con pellicole arabeggianti piene di svenevolezze, scimitarre e pitoni. Le mille e una notte, Selvaggia bianca, Alì Babà e i 40 ladroni, Il cobra, La schiava del Sudan… Tutta quella splendida paccottiglia esotica, annegata nelle tinte sensuali del Technicolor, spinse Smith a rifiutare nettamente la “pasty cheerfulness” (ossia la “pallida allegria”) del capitalismo occidentale, quel senso di forzato ottimismo progressista che regnava nell’America ripresasi dalla Grande depressione (che, iniziata nel 1929, si fece sentire per tutti gli anni Trenta) ma ancora stravolta dalla Seconda guerra mondiale. A quella pallida allegria filogovernativa, Smith preferiva i maliziosi sottotesti dell’esotismo hollywoodiano, quel sogno di un oriente tutto fiaba, poesia, intrighi di corte, cuscini di damasco e ampolle di veleno. Insensibile al rock’n’roll, che a metà anni Cinquanta si impose ufficialmente nel mercato musicale, Smith preferiva i ritmi suadenti dell’exotica, un pastiche di suadenti sonorità hawaiane e pseudo-tropicali canonizzato e portato al successo da Martin Denny, musicista che Smith adorava e che ha sensibilmente influenzato la sua poetica.

È incredibile come un avanguardista estremo come Smith fosse in grado di trovare perle di significato in film minori e nei dischi di Martin Denny, allora etichettati come muzak, cioè “musica per chi non ha intenzione di ascoltare musica”, spesso usati per sonorizzare gli ascensori o i supermarket, ma questa era proprio l’estetica di Jack Smith. “Se passeggiando passavamo davanti a una montagna di spazzatura, lui si fermava........

© Il Foglio