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La discontinuità è il populismo dimezzato

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28.08.2019

La ragione per cui nel corso della giornata di ieri la trattativa tra il Movimento 5 stelle e il Partito democratico è stata a un passo dal saltare del tutto è legata a una parolina magica che nelle ultime ore è stata al centro del pazzo dialogo tra il partito guidato da Luigi Di Maio e quello guidato da Nicola Zingaretti: la discontinuità. Il segretario del Pd ha tentato in tutti i modi di condurre le trattative con il M5s cercando il più possibile di evitare che l’alleanza con il grillismo desse come risultato un governo fotocopia di quello passato, con i ministri del Pd che, nella logica del M5s, non dovrebbero fare altro che prendere il posto dei ministri della Lega.

Nasce da qui, intorno al tema della discontinuità, il confronto e lo scontro sul taglio del numero dei parlamentari (sintesi: se il Pd vuole fare un accordo con noi deve farci fare quello che la Lega non ci ha fatto fare). Nasce da qui, intorno al tema della discontinuità, il confronto e lo scontro sul tema del decalogo proposto da Luigi Di Maio (i dieci punti proposti dal capo politico del M5s sono una sintesi estrema del contratto di governo firmato con la Lega e il ragionamento di fondo è sempre quello: se il Pd vuole fare un accordo con noi deve farci fare quello che la Lega non ci ha fatto fare). Nasce da qui, infine, lo scontro sul nome del presidente del Consiglio (Zingaretti voleva un altro nome, il M5s ha detto o Conte o nulla, Zingaretti ha detto ok........

© Il Foglio