Il panico per i giovani con gli smartphone e l'elogio funebre dei libri. Leggere o guardare

Soffriamo di una sindrome subdola che ci porta a sostenere che il presente è un disastro completo, che prima era meglio. E’ possibile che le élite, non controllando i nuovi strumenti di alfabetizzazione, li contestino o gridino al lupo? E’ già successo. Proprio con i libri, oggi tanto rimpianti

A essere cambiati non sono i ragazzi, ma quel che abbiamo messo in mano loro

A essere cambiati non sono i ragazzi, ma quel che abbiamo messo in mano loro

Proibire i social è inutile. La vera sfida è educativa e culturale

Proibire i social è inutile. La vera sfida è educativa e culturale

Durante le presentazioni dei libri (ma non solo), vista anche la scarsità del pubblico, qualcuno, uno scrittore, un intellettuale, dice: dove andremo a finire? Non si legge più, i social hanno distrutto i libri, ridotto la soglia d’attenzione a 45 secondi, no a 30 secondi, tutti scrivono e nessuno legge, poi ci mancava l’AI, dunque, appunto: dove andremo a finire? A sentire siffatti commenti mi vergogno. Uno scrittore o un intellettuale dovrebbero esaminare meglio la questione, non ridurre il tutto a un giudizio apocalittico. Di conseguenza, penso che gli intellettuali siano davvero finiti, ridotti alla stregua dei religiosi, intenti a fare le prediche domenicali (tra l’altro, con minor capacità di maneggiare lo storytelling) e mi dico: qui gli intellettuali non leggono più, stanno solo sui social, dicono le cose che avrebbe detto mio nonno, e ci mancava pure l’AI. Dove andremo a finire?

Penso così e poi mi pento, e sono entrato in un circolo vizioso. E’ probabile che soffriamo di una sorta di panico della contemporaneità. Una sindrome subdola, che ci porta a sostenere che il presente è un disastro completo, e che prima era meglio. Allora sì che c’era la lettura, e i giudizi sul mondo era affilati e precisi, gli scrittori contavano e pure gli intellettuali, eccome se contavano: dove andremo a finire e giù di lì, aridatece il Novecento. Dopo le presentazioni dei libri, afflitto per le vendite basse (nel mio caso trattasi di vendite inesistenti), tornando a casa con lo sguardo sulle buche di Roma, cerco di fare mente locale. Sono nato nel 1966, ho vissuto fasi storiche altalenanti, dall’austerità per la crisi petrolifera alla rivoluzione informatica, dal bianco e nero al colore, dalle infinite barzellette di Walter Chiari, con quei lunghissimi tempi televisivi, agli sketch brevi di “Drive in”, ho letto a metà degli anni Ottanta commenti di editorialisti finanziari che scrivevano cose del tipo: l’informatica è una bolla, chi investirà mai in beni il cui prezzo si riduce anno dopo anno? Ma ho anche assistito al trionfo della borsa, raccontato con enfasi e curiosità da Everardo Dalla Noce.

Dunque, com’era il Novecento? Non solo per la lettura, dico, anche per la capacità di apprendimento, il tempo, l’impegno dedicato alle attività culturali. E l’Ottocento? Com’era prima? Prima era meglio? Leggevamo di più? Apprendevamo meglio? Di recente, James Marriott su Substack ci è andato giù duro e ha fatto bene. Ha ricordato – citando lo storico inglese Tim Blanning – che all’inizio del 1700, l’espansione dell’istruzione e l’esplosione di libri a basso costo iniziarono a diffondere la lettura tra le classi medie e persino tra i ceti più bassi della società. Leggevano tutti, bambini compresi. Tuttavia, di fronte a questa novità, si cominciò a parlare della lettura come una febbre, un’epidemia, una mania, una follia (i conservatori erano inorriditi, mentre i progressisti entusiasti del fatto che fosse un’abitudine che non conosceva confini sociali). Poi........

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