L’indagine somiglia alle inchieste di Nicola Gratteri quando era il procuratore di Catanzaro e indagava sulla ‘ndrangheta

La ricerca della “zona grigia” pare essere l’assillo principale degli inquirenti nelle indagini su fatti collegati alla criminalità organizzata come al terrorismo. Non sfugge a questo grande interrogativo, anche se, come sappiamo, nelle parole dei magistrati le domande diventano certezze, l’inchiesta genovese che ha portato sabato scorso all’arresto di Mohammed Hannoun e altre sei persone. Un’operazione che si è mostrata in grande spolvero. Non solo per l’espansione geografica, da Genova a Milano e altri centri del nord Italia, o per il numero degli indagati, sette in custodia cautelare, due ricercati e 25 sospettati. Ma soprattutto perché tutte le attività investigative, che hanno coinvolto la Digos e la Guardia di Finanza, sono coordinate dalla Direzione Nazionale Antimafia del procuratore Giovanni Melillo.

Anche per questo è stata inevitabile l’immediata lettura politica dell’intera operazione, considerata grandiosa in Italia dalla parte che sostiene il governo Meloni, mentre dall’altra parte ci si è limitati a sorprendenti fuggi-fuggi. Perché improvvisamente questo architetto palestinese pareva non conoscerlo più nessuno, neppure coloro che lo avevano invitato nelle diverse università e addirittura in Parlamento. “Area grigia”, però, trattata come nelle inchieste di Nicola Gratteri quando era il procuratore di Catanzaro e indagava sulla ‘ndrangheta. Alla base c’è sempre il reato........

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