Il Tribunale di Sion ricorda che «il principio cardine della procedura penale svizzera è la libertà fino al giudizio», senza la ricerca rabbiosa di pene esemplari

Il ministro Antonio Tajani che, nel proporre la costituzione dell’Italia come parte civile nel processo, è costretto a ciò che nella cultura liberale è una bestemmia, quando dice “sono garantista, però…”. E il tribunale svizzero di Sion che, nel respingere la richiesta di arresti domiciliari per Jessica Moretti, pare rispondere al ministro degli Esteri e a tutta quanta l’opinione pubblica italiana con una vera lezione di garantismo. Quello che non consente l’aggiunta di quel “però” che pare ucciderne il senso.

Siamo sulla scena della “strage di Crans”. In cui qualche punto fermo su quella notte di capodanno con i 40 ragazzi morti e i quasi 120 ustionati e intossicati, alcuni dei quali in condizioni critiche, può essere messo. E anche il fatto che responsabilità gravissime, dirette e indirette, una volta accertate con precisione, dovranno essere sanzionate. Con le pene previste dai codici di un Paese come la Svizzera, in cui si respira l’aria laica e garantistica del nord Europa. Pena massima di detenzione 20 anni, per esempio, carceri-modello con appartamentini in cui il detenuto/a periodicamente può incontrare il/la partner in fine settimana affettivi. E infine - grande lezione per il circo mediatico/giudiziario italiano - ai giornalisti è vietato persino pubblicare i nomi delle persone arrestate così come delle vittime. Perché si ritiene che il rispetto della singola persona debba prevalere sull’interesse pubblico a essere informati. Salvo casi eccezionali, naturalmente. E la strage di capodanno passerà sicuramente alla storia come uno di questi.

Le responsabilità di Jessica........

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