Dal ruolo del Csm alla separazione tra pm e giudici, visioni opposte sul futuro dell’ordinamento e sull’equilibrio dei poteri

Sono come due rette non euclidee, di quelle che paiono più divergenti che parallele, le storie, il pensiero e il linguaggio di Sabino Cassese e Nicola Gratteri. Il percorso del giurista, la carriera del procuratore. Il Sì e il No che non riescono a guardarsi neppure se li mettiamo virtualmente allo stesso tavolo. Uno sa a memoria la Costituzione, l’altro spara parole di certezza che colpiscono come pallottole. Ma si deve stare attenti, quando si è brillanti e mediatici e di grandi ascolti televisivi, a non inciampare nella memoria di qualcuno.

Per esempio, se ci si vanta (giustamente) della propria purezza, per non aver mai fatto parte di nessuna corrente del sindacato delle toghe e per non aver mai brigato nel Csm, bisognerebbe essere sicuri di non esser mai stati contaminati da un certo “metodo” e magari di non aver mai incontrato Palamara quando era membro proprio della commissione disciplinare. Quella che giudicò il procuratore generale Otello Lupacchini. Non basta la purezza per sostenere che le riforme sono inutili, persino i necessari cambiamenti del Csm. Forse sarebbe utile invece, quando si ragiona sul Consiglio superiore della magistratura, cominciare e togliergli quell’aura di religiosità che, nell’immaginario di chi non lo conosce, lo fa sembrare una sorta di Parlamento delle toghe. E fa inorridire all’ipotesi che in un prossimo futuro, se al referendum vinceranno i Sì, i suoi membri verranno nominati per sorteggio. Sabino Cassese ha il coraggio di spogliare la sacralità del Csm fino a ridurlo a quello che è nella realtà, “una sorta di........

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