Le motivazioni della sentenza che ha ridotto a 24 anni la condanna di Alessia Pifferi, che ha lasciato morire di stenti la figlia di 18 mesi |
Non è una sentenza che si limita a riformare una pena. È una decisione che rimette al suo posto il processo penale, il ruolo dei media, quello delle parti civili e persino il senso della funzione difensiva. La Corte d’Assise d’appello di Milano, nel ridurre da ergastolo a 24 anni la condanna di Alessia Pifferi per aver fatto morire di stenti la figlioletta Diana, lasciata sola a casa per sei giorni a soli 18 mesi, firma un provvedimento che va ben oltre il caso giudiziario e diventa una requisitoria contro il processo mediatico. Una sentenza che nel concedere le attenuanti a Pifferi non ne concede nessuna a tutti gli altri protagonisti della vicenda, soprattutto quelli che in un processo non dovrebbero entrare: i media.
Sarebbe giusto e doveroso, forse, riportare per intero quelle pagine. Ma per dovere di sintesi si possono evidenziare i tratti più salienti. A partire dall’espressione fortissima scelta dalla giudice Franca Anelli (a latere della presidente Ivana Caputo), secondo cui Alessia Pifferi è stata sottoposta ad una «lapidazione verbale», quella del processo mediatico, quella che ha generato un prima e un dopo nella stessa imputata: prima sincera al punto di autoincriminarsi anche per altri reati, consapevole del disvalore delle proprie azioni, poi sedicente vittima delle istituzioni, sottoposta ad un processo ingiusto. Sta tutto lì, per la Corte d’Assise d’appello di Milano, il cortocircuito che ha fatto tracimare non il processo penale in quello mediatico, ma quello mediatico dentro quello penale, con tanto di opinionisti da salotto tv poi trasformati in consulenti di parte.
Il caso Alessia-Diana-Pifferi, scrivono i giudici, «non veniva trattato soltanto da quell’irrinunciabile servizio pubblico essenziale che si chiama giornalismo», con le regole deontologiche che gli sono proprie. No, il caso «è divenuto per lo più oggetto di quel malvezzo contemporaneo, approdato a vette parossistiche con i moderni mezzi di comunicazione, chiamato processo mediatico, che ha fatto del processo penale un genere televisivo di svago e intrattenimento, dove (...) si è adusi........