Dall'inaugurazione dell'anno giudiziario un grido d'allarme contro le «esagerate reazioni» alle sentenze che avvelenano il dibattito. Mentre Nordio respinge come «ripugnanti» i sospetti di interferenze, il Primo presidente della Cassazione ricorda che l'indipendenza delle toghe è un limite invalicabile anche per le leggi di revisione costituzionale. |
Le «esagerate aspre reazioni» alle decisioni giurisdizionali assunte «con coscienza» dalla magistratura arrecano «sofferenza all’intero corpo giudiziario» e contribuiscono ad avvelenare il dibattito pubblico sul rapporto tra politica e giustizia. È questo il grido d’allarme che si è levato dall’Aula Magna della Suprema Corte durante l’inaugurazione dell’Anno giudiziario. Un rito solenne che, qualora passasse la riforma Nordio-Meloni, potrebbe essere l’ultimo a vedere riuniti sotto un unico organo di governo giudici e pubblici ministeri. D’Ascola ha richiamato istituzioni e forze politiche alla necessità di «coltivare con tenacia un clima di rispetto reciproco e fattiva collaborazione», condizione indispensabile per garantire un confronto «pacato e razionale sul futuro della giustizia». La sua relazione ha toccato i nervi scoperti del sistema. Pur partendo dai dati positivi sulla riduzione degli arretrati e denunciando piaghe sociali come la «barbarie dei suicidi in carcere» e l’incompletezza della digitalizzazione, il cuore del suo intervento è stato politico-istituzionale. Il dibattito in corso, ha evidenziato, non può trasformarsi in una delegittimazione della magistratura, né può cedere alla «tentazione di influire sul magistrato stesso, immaginandolo avvicinabile, pavido, condizionabile». Il futuro della giurisdizione - ha sottolineato - deve invece fondarsi sulla tutela dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura, che rappresentano «fondamenti........