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Dal decreto di sequestro emerge un’ipotesi accusatoria priva di corruttori certi e di atti illeciti definiti. Il rischio di una "pesca a strascico" che trasforma i conflitti di interessi in reati penali, delegittimando i vertici dell'Autorità

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23.01.2026

Una corruzione senza corruttore identificato, senza alcuna chiara specificazione dell’accordo sinallagmatico e senza l’individuazione dell’atto contrario ai doveri d’ufficio – o dell’atto “dovuto ma accelerato” – che avrebbe costituito il prezzo dello scambio. È questo uno degli elementi di anomalia che emergono dalla lettura del decreto di perquisizione e sequestro dei dispositivi elettronici dei membri dell’Ufficio del Garante per la protezione dei dati personali. Alle carenze strutturali dell’ipotesi corruttiva si aggiunge l’assenza di una distinzione tra i ruoli causali dei diversi soggetti coinvolti, ovvero tutti i componenti dell’Ufficio: il presidente Pasquale Stanzione, la sua vice Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e Guido Scorza. Le condotte vengono contestate in modo indifferenziato, con un’equiparazione che incide direttamente sul principio di tassatività e sul diritto di difesa. Le accuse, per larga parte, sembrano poggiare su impressioni, sensazioni, voci raccolte e “sentito dire”, più che su fatti puntualmente descritti e giuridicamente qualificati.

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