Non ha senso ricorrere contro la decisione con cui il Governo ha fissato la data del voto: c'è un equivoco sul senso dell'articolo 138

La decisione del Consiglio dei ministri di fissare per il 22 e 23 marzo la data del referendum sulla giustizia ha suscitato un dibattito molto sintomatico. Sintomatico del sovraccarico di tensioni cui è sottoposta questa consultazione e sintomatico di un vizio che, c’è da temere, accompagnerà tutta la campagna. Il vizio di un uso forzato del diritto per eludere il cuore della questione, che è essenzialmente politico. Si tratta, infatti, di scegliere tra due ipotesi di disciplina dell’ordinamento della magistratura. Né più né meno. E queste ipotesi sono entrambe legittime costituzionalmente, anche se molto diverse politicamente. Forse, se si ha veramente a cuore la libertà di scelta degli elettori, è sul merito politico che bisognerebbe concentrare il dibattito. Viceversa, assistiamo a un continuo uso ipertrofico dell’argomento giuridico e costituzionale.

Sul tema della data del referendum è difficile condividere l’opinione che, rispettando il termine previsto dalla legge del 1970 per indire la consultazione, il governo abbia commesso un abuso. L’esistenza di una diversa prassi nel passato non è infatti argomento sufficiente per contestare la legittimità di una tale decisione.

Si dice........

© Il Dubbio