L’ultima sentenza della Corte sulla legge toscana costringe il Parlamento ad anticipare le Regioni |
Dalle parti di Roma si resta cauti. E infatti quasi nessuno, dopo l’atteso verdetto della Consulta arrivato lunedì sera, si azzarda a cantare vittoria nel duello tra governo e Regioni sul fine vita. Non Palazzo Chigi, che aveva impugnato la legge della Toscana sul suicidio assistito. Né chi segue il dossier ormai fermo da un paio di mesi nelle commissioni riunite Giustizia e Affari sociali al Senato. E il perché si capisce: la sentenza della Corte non sigilla una sconfitta, né promuove a pieni voti. Ma si traduce in un messaggio chiaro a tutti, e soprattutto a chi siede in Parlamento: il legislatore non ha più alibi per rimandare una norma nazionale che il Paese aspetta da anni.
Lo fa notare anche il dem Alfredo Bazoli, principale negoziatore in campo nella partita con il centrodestra a Palazzo Madama. Perché ora la maggioranza, ragiona il capogruppo Pd in commissione Giustizia, non può «continuare a boicottare la discussione». Anzi: «Alla ripresa dei lavori a gennaio è doveroso che le commissioni portino al voto gli emendamenti depositati mesi fa, per consentire l’approdo in Aula» del ddl confezionato da Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (Fratelli d’Italia). Per Bazoli, infatti, la sentenza della Corte conferma una «inderogabile necessità di procedere con l’approvazione di una legge nazionale». Alla luce di quel dato politico che per il governo assomiglia a un autogol: chi sperava di frenare il dilagare di norme locali ha ottenuto di fatto l’effetto contrario, consegnando alle Regioni un tracciato preciso in cui muoversi per formulare leggi costituzionalmente legittime. Ma soprattutto, chi – all’interno del centrodestra - ha guidato in questi........