L’ex ministro denuncia anomalie istruttorie e interpretazioni controverse dei giudici: vicenda diventata simbolo del dibattito sulla separazione delle carriere |
Tra i processi alla politica degli scorsi anni, la vicenda giudiziaria di Mario Landolfi occupa un posto di riguardo. Soprattutto per la “interpretazione del ruolo” offerta dai giudici, assolutamente lontana dal modello accusatorio. A sperimentarne le conseguenze è stato appunto l’ex ministro delle Comunicazioni, a lungo deputato di Alleanza nazionale, esponente di quella destra tatarelliana che per qualche lustro, fino alla “scissione” consumata da Fini nel 2008, aveva reso centrale la Campania, scivolata oggi ai margini della politica nazionale. Se ne parla anche in un libro, “Anatomia di un’ingiustizia”, firmato da Luca Maurelli. «Il racconto documenta le assurdità della mia storia», dice Landolfi. Storia di cui si occupa da anni l’attuale capogruppo di FI al Senato Maurizio Gasparri, con altrettanto documentate interrogazioni. «Penso che la mia vicenda sia emblematica degli squilibri che viziano il processo penale».
E l’anomalia del processo Landolfi, continua l’ex ministro, risiede «non tanto nel ricorso all’articolo 507 che, seppur da reliquia del vecchio rito inquisitorio, sopravvive nel nostro codice, ma nell’essersene serviti in modo paradossale. Il professor Pecorella scrisse una volta che, con il 507, il giudice non cerca una prova, ma cerca la sua prova. Nel mio caso non l’ha trovata neanche così, tanto è vero che in sentenza ha utilizzato una dichiarazione già agli atti dopo averla amputata della parte a me favorevole. Io sono stato condannato in primo grado nel 2019 con una sentenza confermata per........© Il Dubbio