Dietro il No alla riforma (e dietro la difesa delle correnti Anm) c'è la convinzione che la democrazia si regga sull'egemonia dei pm: è questo l'inganno in cui è caduta la sinistra |
Ma cosa c’è, davvero, dietro il livore, l’ostilità, l’opposizione radicale e quasi totalizzante alla separazione delle carriere? Come si spiegano i No dell’Anm, che certo è il più leggibile, ma soprattutto dell’attuale opposizione di centrosinistra e di non pochi intellettuali, di una fetta così ampia di elettorato? Davvero basta la banalissima semplificazione secondo cui, giacché è una riforma di Giorgia Meloni, del “governo postfascista”, va soppressa a prescindere? Siamo a poco più di un mese e mezzo dal voto. Dal referendum della verità, per citare la copertina di un recente “Dubbio del lunedì”. Ed è il caso di cominciare a porsi interrogativi più profondi. A cercare risposte meno scontate.
Nel novembre scorso il “Corriere della Sera” ha pubblicato una doppia pagina sinottica con le brevi ma dense risposte di sei giuristi diversamente schierati sulla riforma. I sostenitori del No citati in quello speciale, Gaetano Azzariti, Ugo De Siervo e Andrea Pertici, convergevano di fatto su un unico chiaro motivo di opposizione: con la scissione dei due (eventuali) futuri Csm ma soprattutto con il sorteggio dei loro componenti, e di quelli togati in particolare, avremo un organo di governo della magistratura più debole nella dialettica con la politica, e quindi un’alterazione nel rapporto fra i poteri.
Già nell’immediato, da queste pagine rispondemmo che........