L’allarme dello scrittore parte da un presupposto errato e che ricalca, paradossalmente, proprio le critiche mosse a Falcone quando propose la Procura nazionale |
C’è un paradosso che attraversa il dibattito pubblico italiano e che Roberto Saviano, nel suo ultimo intervento su la Repubblica, incarna alla perfezione. È l’idea, ormai diventata un dogma per una certa area intellettuale, che ogni riforma della giustizia che provi a scardinare l’attuale assetto di potere della magistratura sia, per definizione, un favore alle mafie.
Saviano scrive che il "Sì" al referendum sulla separazione delle carriere indebolirebbe la lotta ai clan. Lo fa con la solita foga narrativa, parlando di pubblici ministeri che diventerebbero improvvisamente “più soli, più esposti, più governabili”. Ma, a guardare bene le carte e la storia, ci si accorge che il suo ragionamento parte da un presupposto sbagliato e finisce per ricalcare, ironia della sorte, proprio quegli attacchi che un tempo venivano rivolti a Giovanni Falcone.
Andiamo con ordine. Il punto centrale di Saviano è che dividere le carriere tra chi giudica e chi accusa significherebbe togliere autonomia al pubblico ministero. Secondo lui, una magistratura meno “unita” sarebbe una magistratura più fragile di fronte ai boss. Ma questa è una suggestione, non un dato di fatto. La riforma proposta non prevede affatto che il Pm finisca sotto il controllo del governo. L’indipendenza resta un pilastro, garantita da un Csm che, pur sdoppiato, mantiene la sua natura di governo autonomo. Dire che il Pm perderebbe la sua libertà è un errore di fondo che serve solo a spaventare i lettori, agitando lo spettro di un’accusa asservita alla politica.
La cosa che lascia più l'amaro in bocca è che Saviano sembra aver dimenticato una lezione che lui stesso, anni fa, ha raccontato magistralmente in televisione. Ricordate il suo monologo su Falcone? In quell'occasione spiegò........