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La Turchia nella Rojava curda

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11.10.2019

La Turchia ha come obiettivo, fin dall’inizio degli scontri in Siria, di annettersi la riva sinistra dell’Eufrate, fino a Mossul, una striscia di terreno lunga circa 500 chilometri e larga trenta, che è un’area abbastanza grande per sistemare i 3,6 milioni di profughi siriani che sono entrati in Turchia dall’inizio delle ostilità contro Bashar el Assad.
La suddetta area di comporto tra la Rojava curda e la Turchia è stata stabilita da Ankara, in accordo con gli Usa, nell’agosto 2019.
Ed è quella che è stata invasa pochi giorni fa.
Gli Stati Uniti desideravano, fin dall’inizio degli scontri in Siria, che le Forze armate di Ankara si dirigessero direttamente contro le forze del presidente Assad, per portare o a un frazionamento della Siria o alla creazione di un nuovo regime, aperto alle influenze Usa e occidentali.
Erdogan, però, non ha mai accettato di fare da solo tutto il lavoro “sporco” contro gli sciiti di Assad, ma ha sempre richiesto il sostegno diretto e paritario delle forze nordamericane.
Ed è qui che le operazioni in Siria degli Usa e dei suoi alleati si sono, sostanzialmente, fermate.
A questo sostanziale rifiuto della Turchia di fare il lavoro degli Usa in Siria, gli Stati Uniti hanno rapidamente rimediato ingaggiando i curdi, organizzando poi una Forza che unisce i curdi del YPG e le Forze Democratiche Siriane, con un meccanismo militare che, in linea di massima, va a presidiare soprattutto le aree già bombardate dall’aviazione Usa e da quella della coalizione che ha sostenuto la doppia lotta di Washington contro Assad e contro i jihadisti del “califfato”.
Ma, in ogni caso, la Turchia non vuole alcuna organizzazione curda che presidi i confini tra Ankara e Damasco.
Ecco, è questo il dilemma: i turchi hanno già penetrato l’area della Rojava al confine con il loro Paese, mentre i curdi, siano essi del PKK o del YPG, organizzazioni spesso sovrapponibili, tentano di allearsi proprio con Assad, mentre c’è anche la concreta possibilità di una ulteriore penetrazione iraniana tra Mossul e l’area meridionale della Rojava curda.
La Turchia, poi, utilizzerà le sue alleanze siriane, come quelle del Governo Siriano ad interim, facendole unire con l’Esercito Nazionale Siriano, che opera nella regione a nord di Aleppo, e con il Fronte di Liberazione Nazionale di stanza a Idlib.
Si noti, inoltre, che Erdogan sa bene il vero motivo della recente sconfitta elettorale del suo partito AKP: gli elettori turchi sono, ovviamente, preoccupati dalla crisi economica e dalle tensioni monetarie sulla Lira turca, ma soprattutto sono terrorizzati dalla pressione, su tutto il sistema economico e sociale turco, derivante dai 3,6 milioni di profughi siriani in loco.
Qui si interseca un’altra prospettiva politica di Erdogan, quella di diventare il protettore, per così dire, di tutti i sunniti.
Oltre il progetto panturco in Asia Centrale, Erdogan sa che l’Arabia Saudita è, militarmente, un colosso dai piedi d’argilla, l’Egitto è incapace di proiettarsi in Asia Centrale, la Repubblica Islamica dell’Iran è infine chiusa in un suo progetto pan-sciita.
Già da tempo, peraltro, la polizia turca controlla e arresta una buona quantità........

© Il Denaro