Persecuzioni LGBTI: i dati che dobbiamo avere il coraggio di guardare

Ho accettato con piacere l'invito a discutere di un tema che troppo spesso viene evitato: le persecuzioni delle minoranze LGBTI e le radici culturali, religiose e politiche che le alimentano.

Nel mondo ci sono circa 66 paesi che criminalizzano l'omosessualità. Di questi, 34 sono paesi a maggioranza musulmana, circa la metà del totale. Tra quest’ultimi, circa 10 criminalizzano sulla base di codici penali “secolari” di origine coloniale (britannica o francese), mentre i rimanenti 24 lo fanno applicando la Sharia o codici penali ispirati direttamente a interpretazioni religiose islamiche.

Gli stati a maggioranza musulmana nel mondo sono circa 50 su un totale di 195 stati sovrani: più o meno un quarto del totale. C’è dunque una sovrarappresentazione evidente dei paesi a maggioranza musulmana tra quelli che criminalizzano (circa 1,4 volte).

Quando si parla di criminalizzazione dell’omosessualità, la risposta standard è: “È colpa del colonialismo britannico e francese”. È vero che molte norme anti-sodomia nascono lì, ma non basta a spiegare perché siano ancora in vigore. Dopo la decolonizzazione, le leadership locali hanno scelto di mantenere proprio queste leggi, mentre abrogavano o riformavano molte altre disposizioni coloniali. Non è solo una "eredità", è anche una decisione politica ripetuta nel tempo, spesso utile a costruire consenso e produrre capri espiatori.

Non si tratta di fare letture essenzialiste. Ci sono paesi a maggioranza musulmana che non criminalizzano l'omosessualità, e ci sono paesi non musulmani che la criminalizzano. Ma questi dati vanno inclusi nella conversazione, non per alimentare razzismo, ma per capire i meccanismi della repressione e progettare strategie più efficaci.

Il tema diventa ancora più delicato quando parliamo della violenza omofoba in Europa e in Italia. Come LGBTI Liberals of Europe, nel 2025 abbiamo approvato una risoluzione proprio su questo tema, partendo da una ricerca condotta ad Amsterdam. È l'unico studio in tutta Europa che esamina l'origine etnica di coloro che commettono violenza omofobica. Quello studio rivela una presenza significativa di persone con background migratorio tra gli aggressori, e le vittime principali sono talvolta membri LGBTI della stessa comunità.

La ricerca olandese indica come il tabù, la cultura di gruppo e le credenze religiose esercitino una pressione significativa. La cultura della vergogna prevalente in alcune comunità tradizionali crea ambienti dove "c'è grande vergogna quando qualcosa esce dalla norma". Ma la cultura non scusa la violenza.

La retorica dominante in Europa presenta due narrazioni polarizzate e incomplete. La destra identitaria ci dice che la violenza omofobica è causata solo dai migranti musulmani. La sinistra ci dice che è causata solo dall'estrema destra. La realtà è più complessa: entrambe le narrazioni contengono elementi di verità. È vero che l'ideologia di estrema destra alimenta violenza omofobica. Ma è anche vero che c'è una presenza di persone con background migrante tra coloro che esercitano questo tipo di violenza.

Il silenzio su questo secondo aspetto, che vorrebbe essere antirazzista, rischia paradossalmente di abbandonare le vittime più vulnerabili. Proponiamo soluzioni concrete: avere dati affidabili e disaggregati, coinvolgere mediatori culturali, trovare role model all'interno di quelle culture. Non si tratta di stigmatizzare comunità intere, ma di affrontare i problemi reali.

Uno dei motivi per cui è così difficile parlare di questi temi è il timore di essere accusati di islamofobia, oltre che di razzismo, naturalmente. Questo termine, ideato dalla Fratellanza Musulmana, è stato utilizzato con un preciso obiettivo politico: silenziare ogni forma di critica all'Islam equiparandola al razzismo. Ma dobbiamo fare una distinzione fondamentale: l’odio antimusulmano deve essere condannato con la massima fermezza, mentre criticare una religione e fare satira sono diritti fondamentali in una società libera, laica e democratica. La religione è un'idea. E come tutte le idee, può essere criticata.

Io rivendico il diritto all'islamofobia, alla cristianofobia, a criticare qualsiasi religione. Non perché voglia discriminare i credenti, ma perché la libertà di espressione include il diritto di criticare le idee. Si può criticare il liberalismo senza odiare i liberali. Si può criticare il comunismo senza odiare i comunisti. Allo stesso modo, si può criticare l'Islam senza odiare o esercitare violenza contro i musulmani.

Nella conversazione con Nero, arrivo a una conclusione che ritengo cruciale: la battaglia per la laicità delle istituzioni è la vera battaglia intersezionale. I dati lo dimostrano: i diritti LGBTI sono più riconosciuti nelle società secolarizzate, dove la separazione tra stato e religione è più forte. Non si tratta di combattere la religiosità delle persone. Si tratta di impedire che il peccato diventi reato. Quando religione e stato si fondono, il peccato viene automaticamente criminalizzato. Una piattaforma laica e neutra tutela tutti: credenti e non credenti, maggioranze e minoranze, la donna che vuole togliersi il velo e quella che vuole indossarlo, l'ateo perseguitato e il credente discriminato.

Credo che l'autocensura faccia più danni del coraggio di guardare i dati. Ignorare la sovrarappresentazione degli stati musulmani tra quelli che criminalizzano l'omosessualità non combatte il razzismo. Al contrario, impedisce di comprendere il fenomeno e quindi di trovare soluzioni efficaci. Affrontiamo tutto questo con dati alla mano, con onestà intellettuale. Perché solo affrontando la realtà senza tabù e senza autocensure, possiamo trovare soluzioni che proteggano davvero tutte le persone.

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