Come le mafie sfruttano l’attuale crisi petrolifera |
Il prezzo del petrolio greggio ha già superato abbondantemente i cento dollari al barile a causa delle tensioni nello Stretto di Hormuz, di conseguenza l’inflazione energetica inizia a penalizzare le famiglie italiane. C’è, tuttavia, un settore che rimane pressoché impermeabile da questa crisi: quello delle mafie.
Per le organizzazioni criminali, l’instabilità dell’attuale mercato petrolifero (2026) non è una calamità ma un potente acceleratore di profitti. Il principale meccanismo di drenaggio di tali risorse è la cosiddetta “frode carosello” sull’IVA. Sfruttando la volatilità dei prezzi, le mafie creano società “cartiere” che acquistano carburante da depositi fiscali in Europa senza assolvere l’imposta. Il funzionamento è semplice ed efficace: una società fantasma importa o acquista carburante esentasse, lo rivende a stazioni di servizio a prezzi bassi (poiché privi di IVA) e, prima che l’Agenzia delle Entrate possa recuperare l’imposta, la società fallisce o sparisce nel nulla. Lo Stato resta con crediti inesigibili e i clan incassano milioni in contanti, apparentemente “puliti”.
Con la scarsità di greggio determinata dai blocchi commerciali, le organizzazioni mafiose hanno riattivato e ampliato rotte di contrabbando dal nord dell’Africa e dall’Europa orientale. Non si limitano all’importazione: molte filiere prevedono anche la raffinazione illecita sul territorio nazionale. Il carburante che giunge alle cosiddette “pompe bianche” infiltrate dalla criminalità organizzata è spesso adulterato — allungato con oli esausti, solventi industriali o gasolio agricolo agevolato — una pratica che riduce i costi a scapito della sicurezza dei motori e della tutela dell’ambiente. Il modello operativo è evoluto: se un tempo le mafie si accontentavano del “pizzo”, oggi puntano a diventare proprietarie dirette degli asset.
L’acquisizione di stazioni di servizio indipendenti è diventata una forma sistematica di riciclaggio su larga scala. Una pompa eroga grandi volumi di contante quotidiano, consentendo di mescolare introiti illeciti (traffico di droga, estorsioni, usura) con proventi apparentemente leciti della vendita di carburante, rendendo più difficili accertamenti e sequestri. Il mercato dei consumatori, ovviamente, rappresenta l’anello più vulnerabile. Un prezzo alla pompa inferiore alla media nazionale anche di soli venti centesimi dovrebbe attivare sospetti: raramente si tratta di una generosità del gestore, ma spesso del segnale di una filiera irregolare che finanzia attività criminali. Segnali come pagamenti esclusivamente in contanti, registrazioni di cassa poco trasparenti o comportamenti evasivi sul tracciamento delle forniture meritano attenzione da parte degli utenti e delle autorità di polizia e giudiziarie.
La crisi petrolifera del 2026 è destinata a esaurirsi, ma il potere economico accumulato dai clan in questi mesi di caos rischia di consolidarsi e di infiltrarsi nel tessuto economico legale per anni. La sfida per le istituzioni, quindi, non si esaurisce nel riportare stabilità al prezzo del barile: è necessario ripulire la filiera energetica, rafforzare i controlli fiscali e doganali, migliorare la tracciabilità delle forniture e potenziare gli strumenti di contrasto finanziario per impedire che l’energia diventi vettore di corrosione sociale ed economica a vantaggio del crimine organizzato.
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