Con un aquilone tra le stelle: il mio volo di 30 anni fa |
Il 22 febbraio 1996 gli italiani erano davanti alla TV a guardare il Festival di Sanremo condotto da Pippo Baudo. Musica, applausi, luci. Poi, all’improvviso, lo show si fermò e sullo schermo dell’Ariston apparvero le immagini dello Space Shuttle Columbia sulla rampa di lancio. A bordo della navetta ero concentrato sugli ultimi secondi del conto alla rovescia. Il rombo dei motori, la vibrazione della struttura, il corpo che diventa sempre più pesante, e poi la Terra che si allontana sempre più velocemente. Solo al ritorno scoprii che oltre venti milioni di persone avevano assistito al decollo. Un pensiero che ancora oggi mi emoziona.
Il vero protagonista di quella missione non era la navetta. Era un’idea. Un’intuizione italiana, nata dalla mente brillante del professor Giuseppe Colombo: produrre elettricità nello spazio sfruttando il campo magnetico terrestre e l’enorme velocità orbitale del veicolo spaziale. Semplice in teoria, una sorta di dinamo spaziale, ma immensa nella pratica. Il problema stava nelle dimensioni: per ottenere alcuni chilowatt di potenza serviva un cavo lungo addirittura 20 chilometri.
Un filo sottile, arrotolato nella stiva del Columbia, collegato a un satellite sferico costruito in Italia. Doveva srotolarsi lentamente nello spazio mentre il satellite si caricava elettricamente e forniva corrente alla navetta. Per la Nasa era il “Tethered Satellite System” (Tss), ma in Italia tutti lo chiamavano il “satellite al guinzaglio”.
Io preferivo pensarlo come un “aquilone spaziale”.
L’esperimento richiedeva manovre delicate. Il cavo doveva svolgersi lentamente per evitare oscillazioni e tensioni e, a alla fine, sarebbe stato riavvolto per riportare il satellite nella stiva. Tutto era controllato dal “deployer”, un “rocchetto” motorizzato di precisione. Erano operazioni mai tentate prima.
Il Columbia raggiunse un’orbita a circa 320 km dalla superficie terrestre. Le prime ore in assenza di peso furono indimenticabili, così come le immagini della Terra che scorreva rapidamente. Ma ben presto l’esperimento ebbe inizio. Fu quasi ipnotico vedere il satellite allontanarsi. Dal finestrino osservavo quel cavo brillante che si tendeva nel vuoto nero, con il blu dell’oceano sotto di me. Il sistema funzionava alla perfezione, gli strumenti raccoglievano dati preziosi e tutto procedeva come previsto.
Lavoravamo su due turni, nell’arco delle ventiquattro ore, perché l’esperimento doveva continuare senza interruzioni. Quando finii il mio turno andai a riposare controvoglia. Ricordo di aver lasciato il “flight deck” lanciando un ultimo sguardo a quel filamento argentato che si perdeva nello spazio, con il satellite ormai ridotto a un punto luminoso.
Quando mi svegliai, mi mossi fluttuando verso il ponte di comando con rinnovato entusiasmo. Era il momento di portare l’esperimento alla massima potenza.
Poi vidi le facce dei miei colleghi e capii subito che qualcosa non andava. Non servivano parole, ma arrivarono lo stesso, secche, sufficienti a gelarmi: «Il filo si è rotto. Abbiamo perso il satellite».
Pensai a uno scherzo. Mi voltai verso il finestrino. Del cavo non c’era più traccia, solo un moncone annerito vicino al punto di uscita. Fu un colpo durissimo. Mi sentii come un bambino a cui è sfuggito di mano un palloncino. Anni di studio, test e speranze svaniti in silenzio nello spazio.
Ma l’addestramento prese il sopravvento sulle emozioni. Analizzammo la situazione: probabilmente una scarica elettrica aveva tranciato di netto il cavo. Il satellite, libero, era salito su un’orbita più alta.
Qualche ora dopo ci collegammo in videoconferenza con Houston. Giornalisti, domande in diretta, ma i nostri volti tradivano l’amarezza. A un certo punto, dietro di me, la telescrivente iniziò a ticchettare. Lessi il messaggio asciutto ma eloquente: «Please, smile!». Anche questo fa parte della vita di un astronauta.
Le indagini successive chiarirono la causa. Mentre il cavo era carico a circa 4000 Volt, una piccola incrinatura nell’isolante aveva esposto il rame, provocando un corto circuito con la struttura metallica del “deployer”. Una corrente di oltre un ampere aveva fuso il “tether”, spesso poco più di due millimetri.
Nonostante la perdita del satellite, la missione fu tutt’altro che un fallimento. I dati raccolti dimostrarono che il principio funzionava: era davvero possibile trasformare l’energia del moto orbitale in elettricità, con un’efficienza persino superiore alle previsioni. In altre parole, la teoria del professor Colombo era corretta.
Il satellite era perduto, ma la conoscenza no.
I sedici giorni passati nello spazio restano tra i più intensi della mia vita. Centinaia di orbite per ammirare la bellezza fragile del nostro pianeta, un’oasi colorata nel buio infinito.
Quando arrivò il momento di rientrare ero felice di tornare a casa, ma una parte di me avrebbe voluto restare lassù, ad ammirare la Terra da lontano, dove i confini scompaiono e rimane solo la meraviglia.
L’idea degli “ascensori spaziali”, immaginata da Arthur C. Clarke nel romanzo “Le fontane del Paradiso”, è ancora fantascienza. Ma l’uso di lunghi cavi nello spazio potrebbe diventare realtà, ed esperimenti come il TSS hanno rappresentato i primi passi in quella direzione.
Il primo “aquilone spaziale” non raggiunse un successo completo, ma contribuì ad aprire la strada.
Perché nello spazio anche i tentativi incompiuti fanno avanzare la conoscenza. E a volte, dietro un filo spezzato, può esserci un’idea destinata a durare nel tempo.
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