Cosa insegna l'incontro Francesco d'Assisi-Sultano sulla crisi tra Usa, Israele e Iran

Nel 1219, Francesco d'Assisi attraversò le linee della Quinta Crociata per incontrare il sultano ayyubide Al-Kamil, presso Damietta, sul delta del Nilo. Un incontro improbabile, spesso idealizzato, talvolta liquidato come leggenda. Eppure, nell'attuale stagione di crisi in Medio Oriente, quel gesto pone domande al presente. Ne hanno discusso, in un incontro promosso dall'Università di Pisa nel ciclo dedicato all'ottocentesimo anniversario della morte del santo, il medievista Franco Cardini e l'arabista Francesca Maria Corrao.

Esistono almeno cinque cronache occidentali attendibili che, pur divergendo in alcuni particolari, concordano nell'attestare l'incontro. A queste si aggiunge un'iscrizione su una lapide funebre arabo-musulmana che conferma l'autenticità dell’episodio. Qualche dettaglio resta incerto, ma l'incontro in sé è storicamente fondato. Papa Onorio III aveva bandito nel 1217 una crociata che, sotto la guida del cardinale Pelagio, non si concentrava su Gerusalemme — persa dai cristiani nel 1187 — ma al delta del Nilo, polmone economico del mondo islamico dell'area, da usare come leva negoziale per ottenere la restituzione della Città Santa. Francesco arrivò sotto Damietta all'inizio dell'estate del 1219, proveniente da Acri. Chiese al cardinale legato il permesso di recarsi dal sultano e fu ammesso alla sua presenza. «La legge coranica - precisa Cardini - non consentiva al sultano di negare udienza a un uomo di Dio. E Francesco era riconoscibile come tale dalla veste: un saio di lana grezza, non tinta, rattoppato. In arabo, chi indossa quel tessuto si chiama sufi. Il gran signore ricevette il povero frate e lo rimandò sano e salvo, dopo avergli offerto alcuni doni».

Il Mediterraneo come civiltà ibrida

L'arabista Corrao inserisce quell'incontro dentro un Mediterraneo ben più complesso di quanto la vulgata delle crociate lasci intendere. Francesco era stato in Sicilia nel 1212, in un'isola dove la corte di Federico II faceva tradurre testi arabi in latino e dove circolavano opere come il Kalīla wa-Dimna — raccolta di parabole animali funzionante da «specchio per principi» nella tradizione islamica. I traduttori di corte erano cristiani, ebrei e musulmani che lavoravano fianco a fianco.

In questo ambiente, sono plausibili forti affinità spirituali tra Francesco e i mistici islamici che incarnavano una corrente sufica in cui la ricerca dell'assoluto passava per la spoliazione del sé. Cardini sottolinea la convergenza simbolica: il francescano che si toglie gli abiti paterni in piazza ad Assisi e il sufi che si riveste di lana grezza compiono gesti speculari, partendo da tradizioni diverse, verso la stessa domanda sull'essenziale.

Il frutto più concreto dell'incontro con Al-Kamil fu una tregua di quindici anni. Dieci anni dopo, nel 1229, lo stesso sultano avrebbe stipulato con Federico II il primo accordo di smilitarizzazione pacifica di Gerusalemme che la storia ricordi, rimasto in vigore fino al 1244. Cardini non azzarda connessioni romanzesche, ma osserva che Al-Kamil e Federico condividevano una passione: la caccia col falco. E che il falco era caro anche a Francesco. «Potessi chiedere qualcosa a Francesco – confessa lo studioso  - gli chiederei di cosa hanno parlato. Sono abbastanza convinto che fratel falco possa essere stato un argomento di discussione».

La crociata del 1219 si chiuse con un insuccesso militare. Cardini usa questa parabola come specchio per l'oggi. Quando due potenze si presentano entrambe come portatrici di un «dominio universale» — oggi declinato nel controllo delle fonti energetiche, dal Venezuela alla Groenlandia fino all'Iran — e la diplomazia cede il posto ai cortigiani, il dialogo diventa strutturalmente impraticabile. Gli stati a forte connotazione religiosa, aggiunge, sono tra i più refrattari alla mediazione laica nei conflitti che percepiscono come definitivi. La simmetria che traccia tra la Repubblica islamica iraniana e Israele nella sua configurazione attuale riguarda la struttura teocratica di entrambi, non le rispettive ragioni storiche.

Il Trattato di non-proliferazione nucleare è definito dallo storico una legge intrinsecamente iniqua. «Chi ha già l'arma può tenerla, chi non ce l'ha rinuncia per sempre alla difesa. L'Iran, con quasi ottanta milioni di abitanti e risorse energetiche e turistiche di prima grandezza, ha subito per decenni limitazioni allo sviluppo parzialmente indegne di un sistema che si pretende fondato sul diritto internazionale. Il risultato è l'escalation attuale, che qualcuno ha sottovalutato ritenendo i missili iraniani petardi natalizi».

Corrao aggiunge la prospettiva testuale. Il Corano invita esplicitamente al dialogo «con saggezza e buona parola», a discutere «nella maniera migliore». La tradizione islamica conosce il concetto di testimonianza pacifica della fede che Francesco praticava. Quello che li accomunava era la disponibilità a spogliarsi dell'appartenenza — gesto simbolico e politico insieme — per stare davanti all'altro senza la protezione dell'identità.

Cardini chiude con una riflessione sull'ottimismo. L'ingenuità, in persone adulte e consapevoli, significa fiducia nelle possibilità del genere umano. «La guerra nucleare rimane un'ipotesi, per quanto incombente – sostiene - L'incubo finirà solo quando avremo restaurato la giustizia, la quale richiede che le potenze più armate siano le prime a disarmare. È una tesi che risuona con lo spirito del celebre discorso che Oppenheimer tenne ai colleghi di Los Alamos nel 1945. Finora nessuno ha voluto ascoltarlo».

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