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Quando i concerti non sono solo musica, ma anche parole

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07.01.2025

Ci vuole un po' di tempo per decantare, dopo le feste di Capodanno. Per raccogliersi un momento e pensare alle emozioni dei giorni precedenti: per esempio, i concerti. Il tradizionale concerto di fine anno, al teatro La Fenice di Venezia, con Daniel Harding, direttore d'orchestra britannico tra i più stimati al mondo. Il concerto "L'anno che verrà", di tutt'altro tenore, e seguito da qualche polemica, condotto da Marco Liorni a Roma. Il tradizionale concerto della Wiener Philharmoniker, l'Orchestra filarmonica di Vienna.

Molti concerti, nei teatri, nelle piazze, con luci, ombre, strascichi di commenti. Per quanto, anche assistere nella sala d'oro del Musikverein, ai valzer e alle polke degli Strauss, non sarebbe un'impresa impossibile: i biglietti vanno dai 40 euro ai 1200 circa, per i posti migliori, e l'emozione è comunque assicurata. Perché quest'anno è stato veramente più di altre volte un concerto all'insegna dell'emozione, con il maestro Riccardo Muti, amatissimo nella capitale austriaca, tornato sul podio per dirigere uno degli eventi più famosi al mondo. Biglietti presto tutti esauriti, come prevedibile. Perché ogni esibizione ha il suo fascino, lirico, popolare, conviviale, classico: ma alcune, si ricordano in particolare.

"Con il Maestro Muti noi abbiamo più che una relazione di amicizia: ci sentiamo una famiglia”, confida Daniel Froschauer, presidente dei Wiener Philharmoniker. E questo è forse ciò che ha fatto la differenza: l'affetto del maestro nei confronti del suo pubblico, ricambiato senza riserve.

Muti ha diretto il primo dell'anno non solo un'orchestra, ma anche il suo pubblico. Uno sguardo, un cenno, un'allusione, per il battito di mani, il sorriso, l'attenzione. Con autorevolezza, competenza, rispetto. Questo, il messaggio trasmesso per questo 2025, emozionante e incoraggiante, sull'importanza dell'arte e della bellezza, come linguaggio universale. Le emozioni autentiche non hanno bisogno di parole, che, tuttavia, alla fine ci sono state, a suggello di un programma che ha compreso brani di tutta la grande famiglia Strauss, padri e figli, come la celeberrima "Marcia di Radetzky", attesa e con battito di mani del pubblico, e che, diciamo, tanto europeista non è, inneggiante la conquista austriaca di Milano dopo i moti rivoluzionari del 1848. Ma comunque il finale definito "troppo nazista", e in effetti in quell'epoca composto nella versione oggi più diffusa, è stato già cambiato nel 2019, e l’inno non ufficiale austriaco è ormai patrimonio di tutti.

Così come da contraltare le struggenti note del pianissimo “Và pensiero” del Nabucco di Verdi, che risuonano a conclusione del concerto a La Fenice di Venezia. Dedicate nelle intenzioni dell’autore al tema dell’autodeterminazione dei popoli, ovvero il canto degli Ebrei oppressi e deportati a Babilonia, che simboleggiava il dolore dei milanesi sotto la rigida dominazione austriaca, e la speranza risorgimentale di una patria unita. La vera novità è stata tuttavia l'esecuzione di brani meno noti, come quello di Constanze Geiger che scrisse il suo Ferdinandus Waltz nel 1848, quando aveva soltanto dodici anni: è la prima volta che la Wiener propone un brano di una donna: “Ma non l’ho scelto per una questione politica o per compiacere questioni di genere - puntualizza Muti. È solo una questione di qualità, giustamente. E ancora, l'aspetto linguistico: nel tedesco di Muti non proprio perfetto, nonostante la lunga frequentazione, c’è chi confonde Frieden (pace) con Friedhof (cimitero), ma sarà un’impressione. E dopo il breve saluto di rito, con sorriso raccolto dal pubblico adorante, il maestro passa dichiaratamente all'italiano: "Adesso parlo nella mia lingua... la musica ha il potere di abbattere i confini, costruire ponti e ricordarci ciò che ci unisce".

Pace e fratellanza, un messaggio universale, più che mai attuale, nella lingua ritenuta da molti la più musicale del mondo. Non ha avuto bisogno di prendersela malamente con i tecnici audio, e, nemmeno di aggiungere: "E stutatelo 'stu telefono!”. Fortunatamente, non è stato necessario.

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Ci vuole un po' di tempo per decantare, dopo le feste di Capodanno. Per raccogliersi un momento e pensare alle emozioni dei giorni precedenti: per esempio, i concerti. Il tradizionale concerto di fine anno, al teatro La Fenice di Venezia, con Daniel Harding, direttore d'orchestra britannico tra i più stimati al mondo. Il concerto "L'anno che verrà", di tutt'altro tenore, e seguito da qualche polemica, condotto da Marco Liorni a Roma. Il tradizionale concerto della Wiener Philharmoniker, l'Orchestra filarmonica di Vienna.

Molti concerti, nei teatri, nelle piazze, con luci, ombre, strascichi di commenti. Per quanto, anche assistere nella sala d'oro del Musikverein, ai valzer e alle polke degli Strauss, non sarebbe un'impresa impossibile: i biglietti vanno dai 40 euro ai 1200 circa, per i posti migliori, e l'emozione è comunque assicurata. Perché quest'anno è stato veramente più di altre volte un concerto all'insegna dell'emozione, con il maestro Riccardo Muti, amatissimo nella capitale austriaca, tornato sul podio per dirigere uno degli eventi più famosi al mondo. Biglietti presto tutti esauriti, come prevedibile. Perché ogni esibizione ha il suo fascino, lirico, popolare, conviviale, classico: ma alcune, si ricordano in particolare.

"Con il Maestro Muti noi abbiamo più che una relazione di amicizia: ci sentiamo una famiglia”, confida Daniel Froschauer, presidente dei Wiener Philharmoniker. E questo è forse ciò che ha fatto la differenza: l'affetto del maestro nei confronti del suo pubblico, ricambiato senza riserve.

Muti ha diretto il primo dell'anno non solo un'orchestra, ma anche il suo pubblico. Uno sguardo, un cenno, un'allusione, per il battito di mani, il sorriso, l'attenzione. Con autorevolezza, competenza, rispetto. Questo, il messaggio trasmesso per questo 2025, emozionante e incoraggiante, sull'importanza dell'arte e della bellezza, come linguaggio universale. Le emozioni autentiche non hanno bisogno di parole, che, tuttavia, alla fine ci sono state, a suggello di un programma che ha compreso brani di tutta la grande famiglia Strauss, padri e figli, come la celeberrima "Marcia di Radetzky", attesa e con battito di mani del pubblico, e che, diciamo, tanto europeista non è, inneggiante la conquista austriaca di Milano dopo i moti rivoluzionari del 1848. Ma comunque il finale definito "troppo nazista", e in effetti in quell'epoca composto nella versione oggi più diffusa, è stato già cambiato nel 2019, e l’inno non ufficiale austriaco è ormai patrimonio di tutti.

Così come da contraltare le struggenti note del pianissimo “Và pensiero” del Nabucco di Verdi, che risuonano a conclusione del concerto a La Fenice di Venezia. Dedicate nelle intenzioni dell’autore al tema dell’autodeterminazione dei popoli, ovvero il canto degli Ebrei oppressi e deportati a Babilonia, che simboleggiava il dolore dei milanesi sotto la rigida dominazione austriaca, e la speranza risorgimentale di una patria unita. La vera novità è stata tuttavia l'esecuzione di brani meno noti, come quello di Constanze Geiger che scrisse il suo Ferdinandus Waltz nel 1848, quando aveva soltanto dodici anni: è la prima volta che la Wiener propone un brano di una donna: “Ma non l’ho scelto per una questione politica o per compiacere questioni di genere - puntualizza Muti. È solo una questione di qualità, giustamente. E ancora, l'aspetto linguistico: nel tedesco di Muti non proprio perfetto, nonostante la lunga frequentazione, c’è chi confonde Frieden (pace) con Friedhof (cimitero), ma sarà un’impressione. E dopo il breve saluto di rito, con sorriso raccolto dal pubblico adorante, il maestro passa dichiaratamente all'italiano: "Adesso parlo nella mia lingua... la musica ha il potere di abbattere i confini, costruire ponti e ricordarci ciò che ci unisce".

Pace e fratellanza, un messaggio universale, più che mai attuale, nella lingua ritenuta da molti la più musicale del mondo. Non ha avuto bisogno di prendersela malamente con i tecnici audio, e, nemmeno di aggiungere: "E stutatelo 'stu telefono!”. Fortunatamente, non è stato necessario.

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