La riforma della giustizia di Meloni diminuirà le garanzie per i cittadini

Il referendum sulla giustizia persegue un fine coerente con la politica securitaria che il governo promuove con metodo e costanza. Se non si tiene conto di questo, il dibattito referendario diventa faticoso da seguire. Il passo preliminare alla riforma costituzionale sottoposta al nostro voto è stata l’introduzione dei test psicologici per i magistrati. L’introduzione è stata giustificata con la derivazione dei problemi della giustizia dall’instabilità psicologica dei magistrati: un ragionamento mediocre, ma capace di trasformare un luogo comune (sconnesso dai dati real) in fonte di pregiudizio e di paura. Dietro l’insidiosissima associazione tra il disfunzionamento istituzionale e la sofferenza personale (i cui effetti più destabilizzanti, in grado di influire negativamente sulla serenità del giudizio, sono efficacemente arginabili nell’ambito del complesso, articolato e plurale, dispositivo delle sentenze giudiziarie) si è fatta strada, affermandosi, la pretesa di applicare agli aspiranti  magistrati i test psico-attitudinali usati per verificare l’adesione alla logica del loro sistema di appartenenza dei dipendenti delle imprese, dei poliziotti e dei militari. L’applicazione dei test (che sono regolarmente aggirabili perché si possono memorizzare) ha come suo obiettivo reale l’incentivazione di un conformismo operazionale, di un’adesione acritica a un modo di pensare schematico e procedurale.   L’affermare una cosa e il perseguire in realtà un’altra è un aspetto costante dell’approccio all’ordinamento giuridico del governo. Imperniata ufficialmente sulla “separazione delle carriere” tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti, con questo dichiarato intento la riforma ha poco a che fare. La separazione della........

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