L’ombra della società autistica sul futuro dei bambini

Negli ultimi trent’anni una grande mistificazione ha preso forma e potere nella psicopatologia: la concezione tout court dell’autismo come difetto (imprecisato) del neurosviluppo. La mistificazione è il prodotto dell’alleanza tra una psichiatria fautrice della via biologica alla felicità e una psicoterapia cognitivo-comportamentale che adatta le persone sofferenti agli schemi del vivere “normale” vigenti nella società. L’autismo è stato il terreno di coltura dell’alleanza e il punto di partenza del suo progressivo dominio sull’intero campo del malessere psichico.  

Il primo passo è stato far derivare dalla resistenza alla psicoterapia della principale manifestazione dell’autismo (la rinuncia alla parola) un’attribuzione certa della sua causa a un danno neurologico di origine genetica. Il secondo è stato un attacco strumentale alla psicoanalisi (di cui non si aveva la benché minima conoscenza) accusata di colpevolizzare i genitori. Due passi necessari alla costruzione di un consenso psicologico a un’ideologia meccanicistica della cura.

Per avere conferma dell’origine genetica dell’autismo è stato progressivamente ampliato il suo campo diagnostico fino alla costruzione di uno “spettro autistico” in cui è stato messo di tutto: lo sviluppo cognitivo ipertrofico che si realizza a spese della comprensione affettiva del mondo; fobie o ritiri “sociali” di vario tipo; difficoltà espressive e comunicative, comportamenti “antisociali”. Allargando i criteri diagnostici di un disturbo, diventa più facile sostenerne la familiarità e a far passare come malattia genetica (gentilmente definita come neurodivergenza) una condizione umana le cui cause sono oggetto di ipotesi contraddittorie. Poco importa che più si allarga il campo della diagnosi, più aumentano le possibilità che la familiarità sia ugualmente attribuibile a cause ambientali sociali e psicologiche (la trasmissione del dolore psichico attraverso le generazioni è clinicamente assodata). 

Le indagini genetiche non sono riuscite a individuare un gene patogeno. Sono approdate a un mosaico complicato di centinaia di sequenze geniche la cui interpretazione è a dir poco problematica. Oggi si ammette generalmente che le cause ambientali sono importanti come quelle genetiche. Tuttavia, nella concezione dei biologisti le cause ambientali sono sistematicamente ridotte a fattori materiali: parto prematuro, abuso di farmaci e di alcool o infezioni contratte da parte della madre durante la gravidanza, età avanzata dei genitori nell’epoca del concepimento, inquinamento ecc. Colpisce la resistenza ad ammettere tra le cause ambientali quelle più ovvie e significative: il degrado sociale (isolamento, dissoluzione dei legami, connessione cognitiva con gli altri non comunicante affettivamente) e i disfunzionamenti nell’ambito delle relazioni affettive coniugali e familiari prima, durante e dopo la gravidanza. I disfunzionamenti familiari hanno origini transgenerazionali e/o congiunturali e non sono il prodotto di un modo di fare intenzionale. Invano si cercherebbero dei colpevoli a cui addossare il loro peso. 

La mentalità della cura biomedico-comportamentale dell’autismo è espressione di un volgare positivismo: la prospettiva sull’essere umano è ridotta al funzionamento del suo sistema nervoso e a un agire performante fondato sulla trascrizione delle norme sociali nel campo della biologia che le legittima.  In modo del tutto coerente con la sua natura individua nella psicoanalisi (che ha tutt’altra statura sul piano epistemologico e della finezza del pensiero) il suo antagonista. Al campo scientifico preferisce, in realtà, quello del potere politico e usa spregiudicatamente la preferenza di una parte della classe politica per le soluzioni sbrigative e facilone di ogni problema, per emarginare dalla cura dell’autismo la psicoanalisi. Oggi nelle linee guida del trattamento dell’autismo è inclusa, ad esempio, l’ippoterapia (l’andare a cavallo che pure può avere un suo senso) ma non la terapia psicoanalitica. 

Il risultato è un disastro che non si vuole ammettere. Condizioni diverse tra di loro si confondono, i farmaci sono inefficienti e i bambini vengono sottoposti a terapie di addestramento ispirati al condizionamento pavloviano dei cani. Devono imparare a comportarsi in modo da apparire normali il che regolarmente aumenta la loro solitudine e aggressività. I genitori sono stati deresponsabilizzati, con il pretesto che non debbano essere colpevolizzati, così sono diventati spettatori impotenti o complici involontari degli addestratori. Più vengono “assolti” (in assenza di colpe) dagli esperti più nel loro intimo si sentono colpevoli e disorientati. 

È sorprendente che non si presta attenzione al fatto che l’autismo vero e proprio (in cui non si stabilisce una relazione con l’altro né con la parola né con lo sguardo) evidenzia indirettamente una relazione fondamentale tra la comunicazione affettiva fondata sul contatto sensuale/sensoriale e l’acquisizione del linguaggio verbale. Il bambino “autistico” (inferenza concettuale che viene dal mondo degli adulti, dal loro essere autocentrati) contesta con la sua presenza nel mondo il nostro considerare automatico, predeterminato l’evolvere della comunicazione dallo sguardo e dal gesto alla parola. Con il suo distogliere lo sguardo da noi ci invita a guardare insieme il mondo con altri occhi, dislocare il nostro vedere da un sentirsi all’unisono retorico e convenzionale e dalle visuali preconcette che ci omologano. 

Educare i bambini autistici a occuparsi dei loro bisogni, favorire l’espressione della loro sensibilità e creatività rispettando i loro idiomi (l’arte-terapia e la musico-terapia facilitano la “comunicazione silenziosa”, senza la quale la parola cade nel vuoto) e promuovere il loro rapporto con la natura, è un buon modo di prenderne cura. La psicoanalisi è molto utile nella costruzione di nessi tra i diversi approcci ed è fondamentale nel sostegno della famiglia e dei genitori. Essa lavora sul naturale senso di colpa che sentiamo quando il legame con persone molto care è spezzato per trasformarlo in senso di responsabilità e di cura. 

Nulla di questo può davvero servire se pretendiamo che i bambini “autistici” apprendano a imitarci (diventando dei falsi Sé). Dobbiamo, piuttosto, permettere loro di insegnarci visuali sul mondo insolite e non preconcette, apprendere da loro come andare oltre le nostre cecità e sordità. Nulla è più lontano dalla logica algoritmica, procedurale della psichiatria biomedica che ha una visuale anaffettiva e inevitabilmente totalitaria della realtà. Una visuale del tutto allineata alla società autistica che sta invadendo sempre di più la nostra vita. Lo spettro di questa società getta un’ombra sul futuro di tutti i bambini.

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