Il luogo in cui veramente viviamo

La concretezza spinta del nostro modo di vivere (l’ossessione delle “cose pratiche” da sbrigare, l’uso compulsivo delle procedure e dei dispositivi tecnici a cui tendiamo ad affidare tutto, perfino i nostri stati d’animo) convive con la virtualità dell’esperienza, col perdersi, rischiando di non ritrovarsi, in una realtà artificiale. Questa realtà incorporea ma “sensibile”, che possiamo percepire con lo sguardo e con l’orecchio - ma con l’evoluzione tecnica arriveremo prima o poi a “toccare”, “odorare” e “gustare” - non ha emozioni e sentimenti, non ha sensi, non respira, non sogna, non ricorda (per quanto la sua memoria d’archivio sia potente). Potrebbe, forse, riprodurre l’odore delle madeleine, ma solo per spegnerlo, insieme a Marcel Proust, per sempre. Non è abitata da esseri umani e vivendoci dentro ci disumanizziamo. È, inoltre, priva della materia vivente della natura, della sua costituzione “relazionale”, della rete delle intime e irriproducibili connessioni tra l’organico e l’inorganico che la compongono e di cui abbiamo interiorizzato l’essenza.

La contraddizione tra il legame concreto con la realtà e la sua crescente virtualizzazione non ci allarma perché nella loro forma più radicale cooperano nella produzione di un comune effetto alienante: a un suo estremo, infatti, la concretezza diventa inerzia (identificazione con la solidità ipnotica della macchina che fa al posto di sentire) e si allea con la costruzione artificiale del vissuto (che deve animare, fare sembrare vivo l’inerte, il morto, piuttosto che fare vivere il vivo). L’alienazione della vita da parte dell’inerzia (il trionfo dell’automa sull’essere umano) non ci ha sopraffatti. È, nondimeno, preoccupante la diffusa rassegnazione (a tratti un’inconsapevole........

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