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No other choice: il nostro strano e contraddittorio rapporto col lavoro

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04.01.2026

“No other choice” è il nuovo film del regista sud-coreano Park Chan-Wook nelle sale in questi giorni. Parla di un uomo improvvisamente licenziato dall’azienda in cui ha lavorato indefessamente per 25 anni, e così disperato e insieme determinato a trovare un nuovo lavoro da risolversi a uccidere tutti i suoi principali concorrenti per un posto in un’altra azienda dello stesso settore. “Non ha altra scelta”, dice più volte a sé stesso.

L’anno nuovo spesso è occasione per darsi dei buoni propositi per il futuro, ma raramente questi hanno a che fare col lavoro. Di solito si tratta di cose come mettersi a dieta, fare più esercizio fisico, leggere di più, stare vicino ai propri cari: tutte cose che si fanno nel cosiddetto “tempo libero”. È come se quel tempo passato al lavoro, quel “tempo costretto” che a ben vedere assorbe almeno metà se non di più della nostra vita, fosse in qualche modo refrattario ai proponimenti, alle alternative, persino a volte ai miglioramenti.

Nei prossimi giorni la maggioranza di noi tornerà al lavoro, e nella grande maggioranza dei casi lo farà perché in fondo “non c’è altra scelta”. A poco serve la pervasiva retorica di “amare il proprio lavoro”, di cercare e trovare “dignità e orgoglio” in esso, di avere e coltivare un’autentica “passione” per la propria professione: storicamente e culturalmente il lavoro è interpretato dai più come un obbligo necessario e fondamentalmente spiacevole; qualcosa che in fondo preferiremmo non fare ma di cui non possiamo fare a meno.

Questo naturalmente non vuol dire che il lavoro debba essere necessariamente qualcosa di sempre spiacevole, alienante, deprimente. E pur tuttavia, la sua ricompensa, il suo lato positivo, non è tipicamente concepito fuori da esso. Certo, il senso di comunità con i colleghi, la soddisfazione di un lavoro ben fatto, l’idea di contribuire a una buona causa, sono tutte belle cose che si possono trovare nel lavoro; ma la maggioranza delle persone in esso vede soprattutto il beneficio “esterno”: quel ritorno economico e sociale che si può far fruttare fuori da esso, nel tempo libero e liberato dal lavoro.

Il fatto, forse, è proprio questo: che oggi il lavoro è solitamente concepito come uno spazio di non-scelta e di non-libertà che consente l’esistenza di spazi altri di scelta e di libertà. Non abbiamo altra scelta che lavorare, dire di sì al capo, fare buon viso a cattivo gioco con i colleghi, far finta di non vedere che parti del nostro lavoro sono inutili se non dannose per la società, perché se non lo facessimo non potremmo permetterci invece di avere tempo e modo per non lavorare e scegliere di fare quello che vogliamo, di esprimerci in piena libertà, di fare qualcosa che ci piace e ci è utile davvero. O almeno, questo è quello che ci raccontiamo.

In questa concezione contraddittoria che fa di un atto di sostanziale costrizione e umiliazione l’unico possibile viatico di libertà e dignità sociale risiede forse il nocciolo del malessere contemporaneo. Perché se in passato l’obbligo del lavoro era effettivamente più stringente e fattivo, oggi in realtà esso si è fatto più sfumato e composito. Non dobbiamo lavorare tanto o solo per sopravvivere, ma per vivere pienamente; non dobbiamo lavorare solo o tanto per avere il necessario per il nostro sostentamento, ma per “essere qualcuno”.

Intendiamoci: ovviamente il lavoro sfruttato o malpagato esiste eccome e ci sono ancora molte persone che senza un lavoro se la vedrebbero brutta in poco tempo, ma almeno nei Paesi avanzati la maggioranza delle persone oggi non si trova in questa condizione. Per loro il lavoro serve soprattutto a procurarsi risorse atte a definirsi agli occhi di sé stessi e degli altri tramite le proprie scelte di consumo consolatorio, i propri beni posizionali, i propri titoli acquisiti.

Il lavoro si riduce quindi spesso a una performance per assicurarsi quel superfluo che è in fondo essenziale. Lo mostra anche il film di Park Chan-Wook, in cui per il protagonista disoccupato a rischio non c’è il pane in tavola, ma lo sport della moglie, l’abbonamento a Netflix dei figli, la casa che è una villa; la percezione della propria vita. Può........

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