I giovani vogliono presente e futuro |
Prima di giudicare i giovani che riempiono le piazze (e i tanti loro coetanei che in piazza non ci vanno), dovremmo provare a conoscerli e a domandarci quale mondo stiamo consegnando loro. Abbiamo promesso loro che lo studio e l’impegno avrebbero aperto le porte di una vita migliore. Oggi, per troppi, quelle porte restano chiuse: lavoro precario, salari insufficienti, una casa irraggiungibile. L’ascensore sociale si è inceppato e la famiglia di provenienza continua a decidere quanta libertà si avrà di scegliere il proprio futuro. Secondo gli ultimi dati Istat, quasi un milione e duecentomila giovani tra i 18 e i 34 anni vivono in povertà assoluta. Dietro questi numeri ci sono vite costrette a rimandare.
È qui che si incrina il patto tra generazioni e istituzioni. Abbiamo indicato a tutti le stesse mete, ma lasciato soltanto ad alcuni i mezzi per raggiungerle. Abbiamo messo le vetrine davanti a tutti e le chiavi in mano a pochi. Per tanti ragazzi nati da famiglie immigrate e cresciuti in Italia, a questa frattura si aggiunge quella del mancato riconoscimento: sentirsi chiamare stranieri nel proprio Paese, dover dimostrare continuamente un’appartenenza che nella vita quotidiana esiste già.
Questa generazione, inoltre, sta crescendo dentro una successione di crisi che gli adulti faticano persino a nominare insieme. È la generazione del Covid: per molti, un tratto decisivo dell’infanzia o dell’adolescenza è trascorso tra scuole chiuse, relazioni interrotte, paura del contagio e degli altri. Abbiamo chiesto loro sacrifici, spesso non riconoscendoli come tali. Poi abbiamo preteso che tutto riprendesse come prima. Ma il tempo delle scoperte, delle amicizie, della costruzione di sé non si recupera semplicemente riaprendo una porta. Il disagio psicologico, l’ansia e il ritiro sociale chiedono ascolto, servizi........