La lingua italiana è sotto tiro
Se è vero quanto diceva un grande filosofo rumeno, come Emil Cioran, secondo il quale una lingua si abita e non la si usa, allora possiamo riconoscere che stiamo per essere sfrattati da casa nostra.
La nostra dimora lessicale è sotto tiro e rischia di essere almeno ridimensionata se non proprio azzerata. Sono più di 500 i corsi universitari negli atenei italiani condotti esclusivamente in inglese.
È un indubbio indicatore di una tendenza all’internazionalizzazione delle nostre università, ma si rivela anche un pressante pericolo di impoverimento e marginalizzazione della ricchezza della nostra lingua. Minaccia che appare preoccupante, in un contesto come l’attuale, dove per la diffusione dei sistemi di addestramento linguistico dei sistemi automatici di intelligenza artificiale, il cosiddetto capitale semantico, la peculiarità di un paese di usare la propria lingua per trasferire senso alle macchine, sta diventando una risorsa strategica anche a livello economico, aziendale e geo politico.
Negli ultimi 20 anni, proprio mentre si diffondevano gli LLM (Large language Model) i motori semantici dei sistemi generativi, si sono diffusi corsi universitari tenuti esclusivamente in inglese. Sono corsi che riguardano prevalentemente il biennio delle magistrali, ma cominciano a diffondersi anche nel triennio, e sono ormai componenti essenziali in settori come la formazione ingegneristica, informatica, economica, o quella sanitaria, o ancora quella legale. Nei principali politecnici siamo ormai a una percentuale che supera il 50%. A Milano oltre il 60% della formazione tecnologica è condotta esclusivamente in inglese. Alla Sapienza di Roma, considerata un ateneo di élite per la formazione classica e linguistica, sono una sessantina i corsi all english.
Una tendenza che comincia seriamente a incrinare la prospettiva di adeguamento e maturazione della nostra cultura linguistica. In interi campi, come appunto quello tecnologico, economico e medico, ormai l’italiano non riceve più adeguati impulsi per la sua rigenerazione e adeguamento alle nuove necessità.
Per rimanere alla metafora di Cioran, possiamo dire che una lingua che non riceve input e contributi dalla sua ibridazione con le nuove esperienze creative e tecnologiche non offre rifugio o riparo a chi, nella società della comunicazione, cerca identità e ruolo.
La separazione semantica fra lingua e pratiche professionali, per altro, impoverisce anche l’approccio all’inglese, il modo in cui questo strumento viene integrato nella nostra attività. Come spiegano gli esperti, il multilinguismo, o comunque la padronanza di una lingua franca che indiscutibilmente è oggi una chiave irrinunciabile per muoversi nei circuiti più competitivi, diventa una risorsa se assimilato in maniera comparativa con la nostra lingua, in modo da interpretare e padroneggiare il nuovo idioma in maniera non subalterno, da pura riproduzione coloniale. Esistono infatti, molti tipi di inglese, a seconda della personalità e del profilo dei gruppi e delle comunità che lo adottano.
Così come appare già evidente il processo inverso, ossia un’artificiosa e meccanica ibridazione passiva del nostro patrimonio linguistico, che converge in strutture sintattiche e grammatiche del tutto estranee quali quelle tipiche del ceppo anglosassone.
Già 25 anni di attività assidua sui social hanno piallato, possiamo dire, la complessità espressiva e strutturale dell’italiano, rendendolo più amorfo e inespressivo. Due generazioni almeno sono cresciute al tempo di Twitter a 140 caratteri, e ancora considerano aggettivi e avverbi armi di sterminio di massa che non erano consentite dalla ristrettezze dei testi. Poi, con l’irruzione degli emoticon e delle abbreviazioni, abbiamo avuto una sorta di esperanto iconico, in cui le sfaccettature emotive della nostra comunicazione sono espresse con simboli canonizzati dalle piattaforme che anticipano le nostre capacità espressive costringendoci a scegliere in un campionario di rappresentazioni emotive preordinato, una sorta di vocabolario simbolico da cui non si può derogare per farsi intendere.
Ma ancora più strutturalmente, spiega in una sua analisi il presidente dell’accademia della Crusca Paolo D’Achille, siamo a una “destandardizzazione del nostro patrimonio semantico”, ossia del declino di un quadro di riferimento linguistico nei nuovi contesti contemporanei.
Basti vedere, aggiunge il presidente della prestigiosa istituzione culturale nazionale, come siano fortemente diminuite nei testi professionali le preposizioni subordinate, esattamente sullo schema dell’essenzialità inglese,che se correttamente utilizzate, danno profondità e dialettica ai testi,caratterizzando la narrazione di matrice classica.
Una lacuna che al di là delle sensibilità culturali, colpisce anche la capacità dei nostri apparati di ricerca o di impresa, di personalizzare i nuovi dispositivi di intelligenza artificiale. Il processo di decentramento che le tecnologie informatiche comportano, sta rendendo più accessibile la fase di addestramento di questi sistemi, in modo da renderli più affini all’utente rispetto al proprietario. Ma se si indebolisce la vitalità della nostra lingua, rischiamo di non reggere la competizione semantica.
Certo i classici sono ancora uno straordinario arsenale per riprogrammare il thesaurus di questi apparati, ma se le aree professionali tendono a esprimersi sempre più con un gergo di stampo anglofono, non potremo nemmeno usare con proprietà le caratteristiche delle matrici latine e greche del nostro linguaggio.
Non a caso quasi 10 anni fa la corte costituzionale sentenziò che i corsi in inglese nelle università sono leciti solo in un quadro bilanciato che non permetta il distacco, nemmeno per le forme più tecniche, dei docenti e discenti dal preminente uso della lingua nazionale.
Anche in questo caso le norme non mancano, manca la volontà e l’interesse di attuarle.
intelligenza artificiale
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