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Se sei una donna in Sudan, non ti sentirai mai al sicuro

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01.04.2026

(di Greta Barbieri – ostetrica di Medici Senza Frontiere)

In Sudan, dove la violenza sessuale non è episodica ma sistematica, nessun luogo è sicuro per donne, ragazze, bambine, che rappresentano il 97% dei casi di abusi sessuali assistiti nei programmi di Medici Senza Frontiere. La guerra in corso, ormai prossima al suo quarto anno, ha reso ogni momento della vita quotidiana un potenziale pericolo. Le aggressioni avvengono ovunque, sia di giorno che di notte, vicino e lontano la linea del fronte, mentre si fugge da un bombardamento, mentre si raccoglie la legna nei campi o al mercato, davanti agli occhi di tutti.

Arrivavano nella nostra clinica donne e ragazze di tutte le età, sopravvissute alla violenza subita, sotto shock e con il timore di essere viste, giudicate. Nella maggior parte dei casi si tratta di ragazze molto giovani, tra i 15 e i 25 anni, ma questa condizione di estrema vulnerabilità non risparmia nessuno, indipendentemente dall’età.

Abbiamo curato una donna di 50 anni violentata da 3 uomini entrati di notte nella sua casa. “Tanto sono vecchia ormai, cosa vuoi che faccia?” è ciò che ci ha detto una volta arrivata in clinica, con parole che riflettono non solo il trauma subito, ma anche una rassegnazione profonda nei confronti di una violenza continua.

Altre storie rimangono impresse perché mostrano quanto sia fragile la sicurezza di chi è già vulnerabile, come quella di una bambina di 8 anni affetta da gravi disturbi fisici e mentali: camminava con difficoltà e non riusciva a parlare né a esprimersi. Viveva con la zia e la nonna, perché la madre l’aveva abbandonata. Un giorno, dopo esser stata mandata al mercato, è tornata a casa in uno stato di forte agitazione e panico. Non potendo comunicare con lei, la famiglia l’ha portata in ospedale. Solo dopo alcuni giorni ci siamo accorti che aveva una lesione vaginale e quindi probabilmente era stata vittima di violenza sessuale.

La guerra in Sudan è silenziosa e viene combattuta sul corpo delle donne: gli abusi sono diffusi e il senso di insicurezza è costante. Per loro è difficile, se non impossibile, uscire di casa, svolgere attività quotidiane e camminare da sole per strada. I dati che registrano come tra gennaio 2024 e novembre 2025 almeno 3.396 donne si siano rivolte alle nostre cliniche, rappresentano solo una minima parte del fenomeno: molte donne non riescono nemmeno a raggiungere in sicurezza i servizi di assistenza per ricevere le cure necessarie.

Anche chi arriva nei campi per sfollati, dopo essere fuggito dai combattimenti lasciandosi indietro tutto, vive con la continua paura di subire nuove violenze. Ti senti impotente, come operatrice umanitaria, perché non puoi garantire a queste persone un luogo davvero sicuro.

La costante esposizione alla violenza si unisce alla paura dello stigma: molte sopravvissute temono il giudizio della comunità e il rischio che la responsabilità dell’accaduto ricada su di loro. Questo rende estremamente difficile chiedere assistenza: il peso sociale e il senso di colpa diventano barriere concrete all’accesso alle cure.

Ma oggi queste donne, riunite nei focus group organizzati da MSF in Sudan, chiedono protezione, accesso alle cure e giustizia.

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