Restiamo poco più che scimmie che giocano con armi nucleari
Possiamo stupire il mondo, indipendentemente dagli ostacoli, questo è il messaggio di sottofondo che pervade la nostra società. Questa convinzione nel “potenziale di tutti” ha un’origine profondamente generosa, ma il suo effetto è fortemente punitivo, perché siamo inevitabilmente destinati ad essere “molto ordinari” nella maggior parte degli aspetti della nostra vita. Per necessità, quasi tutti noi finiremo per collocarci intorno alla media: una verità poco eroica messa in evidenza da un’immagine centrale dell’analisi statistica, la curva gaussiana. La maggior parte di noi occuperà questo spazio, la zona centrale.
La maggior parte di noi avrà redditi vicini alla media, relazioni nella media, un’estetica più o meno nella media e talenti decisamente nella media. In qualsiasi ambito della vita, solo una piccola parte della popolazione riesce davvero a distinguersi.
Eppure, anche se siamo destinati ad essere ordinari, viviamo in una cultura che ignora o disprezza apertamente questa verità di base. Esalta la probabilità di matrimoni appaganti, anche se il 95% delle unioni è fatto di compromessi appena tollerabili, parla di grandi lavori, anche se il 95% delle occupazioni è significativamente limitato, e celebra la fama, anche se le persone davvero famose sono pochissime (per non parlare di quelle felicemente famose).
Come risultato di un’idea nata con buone intenzioni, finiamo per disprezzare le condizioni reali della nostra vita, ad odiarci per non aver fatto di più e ad invidiare chi ha avuto successo, dimenticandoci di apprezzare ciò e chi abbiamo davvero a portata di mano.
Le nostre società credono fermamente nel concetto di meritocrazia: cioè nell’idea che dovremmo essere liberi di avere successo se abbiamo talento ed energia sufficienti, e che non debbano esistere ostacoli legati a classe sociale, genere o razza. Tuttavia, questa idea apparentemente virtuosa porta con sé implicazioni molto meno rassicuranti: se crediamo che chi sta in cima meriti davvero il proprio successo, allora chi sta in fondo deve necessariamente meritare il proprio fallimento. Una società che si pensa meritocratica trasforma la povertà da una condizione dolorosa ma rispettabile, frutto della sfortuna, in una prova di incompetenza personale. Il peso del fallimento cresce in modo esponenziale.
L’età moderna è intrinsecamente antropocentrica, dal greco anthropos, “uomo”, pone gli esseri umani, la loro esperienza e le loro preoccupazioni al centro della gerarchia, al di sopra della natura, degli animali, degli dèi e dell’universo nel suo complesso. Oggi siamo, in tutto e per tutto, al centro della scena, almeno ai nostri occhi.
Si è scatenato un flusso continuo di invidia e senso di inadeguatezza. Le società teocentriche o biocentriche attenuavano questi sentimenti distruttivi ricordandoci che siamo, ciascuno di noi, piccoli e fallibili. Oggi invece non esiste più un punto di riferimento superiore che conti davvero.
Tutto ciò che accade qui e ora appare enormemente importante: è tutto ciò che esiste. E così, ogni frustrazione, ogni delusione riempie completamente il nostro orizzonte. L’idea di qualcosa di più grande, più antico, più saggio e più nobile di noi - a cui dover rispetto e devozione - ha perso la sua capacità di consolarci.
Le società moderne attribuiscono enorme prestigio a tutto ciò che è nuovo. “Progresso” e “innovazione” sono parole chiave di elogio, essere “superati” è quasi considerato un disastro. Una manifestazione di questa mentalità è la preferenza istintiva per la giovinezza rispetto all’invecchiamento. L’età ideale viene collocata tra i diciannove e i venticinque anni: il gruppo considerato al centro del cambiamento, portatore di idee nuove, nuovi linguaggi e nuove forme di espressione. Invecchiare significa allontanarsi dalla novità e quindi, implicitamente, dalla “qualità”.
La nostra ossessione per la novità si riflette anche nel culto delle “notizie”. Consideriamo importante ciò che è accaduto nelle ultime ventiquattro ore o addirittura negli ultimi minuti. Confondiamo ciò che è recente con ciò che è significativo. Eppure le idee davvero importanti possono trovarsi molto lontano nel tempo: in Socrate, Lorenzo de’ Medici, Schopenhauer, Jane Austen. Ma proprio perché non producono “novità”, difficilmente entrano nei titoli.
L’amore moderno per la novità nasce per catturare la nostra attenzione e portare eccitazione nelle nostre vite, ma spesso ci lascia superficiali, frammentati, vuoti e distratti.
Qualcosa però sta cambiando, la società nel suo complesso, soprattutto le nuove generazioni stanno lentamente riabbracciando l’idea di “imperfezione”, che non è di certo un’idea “nuova”, Agostino sosteneva che la natura umana è intrinsecamente danneggiata, perché - nel Giardino dell’Eden - Eva, madre di tutti gli uomini, peccò contro Dio mangiando il frutto dell’albero della conoscenza. La sua colpa fu trasmessa ai discendenti, e da allora tutte le imprese umane sono destinate a fallire, perché frutto di uno spirito umano corrotto. Forse non dovremmo aspettarci troppo dall’umanità: siamo, in un certo senso, compromessi fin dall’inizio, e questo può diventare, a volte, un pensiero sorprendentemente consolatorio.
Di fronte a queste verità scomode, vi è un cambio di paradigma, soprattutto i più giovani hanno un approccio indirizzato verso l’auto-accettazione, riconoscono senza disprezzo che sbaglieranno spesso: feriranno chi amano, perderanno occasioni e prenderanno decisioni irrazionali. Hanno capito che non siamo “individui maledetti” in un mondo speciale, siamo semplicemente membri di una specie prevedibilmente difettosa. Consapevoli della loro tendenza all’errore, hanno imparato a perdonare gli altri con maggiore generosità, ciò è palpabile. Le persone sono tanto cattive quanto stanche, confuse, spaventate e fuori controllo: umane, troppo umane.
E la tanto agognata tecnologia, spesso finisce per amplificare i nostri errori invece di correggerli. Il sogno della modernità, era che conoscenza e istruzione avrebbero eliminato la stupidità; invece, le nostre capacità intellettuali convivono - e spesso sono infiammate - dai nostri difetti morali e psicologici. Restiamo, in fondo, poco più che scimmie, che giocano con armi nucleari.
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