L'emblematico doppio volto di Luigi Chiarini

Si può essere stati “l’intellettuale organico e l’organizzatore della propaganda più in vista della cultura cinematografica fascista” e negli anni ‘60 aver diretto la Mostra del Cinema di Venezia facendovi approdare “Pasolini, Olmi, Rosi, Godard, Alexander Kluge, Carmelo Bene, Roman Polański, Agnès Varda, De Seta, Pontecorvo, Truffaut, i fratelli Paolo e Vittorio Taviani, Marco Bellocchio, Miloš Forman, Arthur Penn e decine di altri registi con particolare attenzione e cura nei confronti degli esordienti e con uno sguardo a tutto campo sul cinema mondiale”? Si può essere stati “giornalista di regime”, impregnati del pensiero di Giovanni Gentile, inesausti alimentatori della propaganda e della difesa della razza, aver svolto un ruolo cruciale nella politica cinematografica del fascismo e allo stesso tempo aver guidato la creazione di una istituzione d’avanguardia come fondatore e animatore del Centro sperimentale di cinematografia, aver svolto un’attività di critico cinematografico, storico del cinema e teorico che ha pochi eguali (nessuno) per vastità e impegno analitico e costruttivo anche nell’Italia dal dopoguerra agli anni ’70?

Il libro di Claudio Siniscalchi L'ultimo titano della cultura cinematografica italiana. Luigi Chiarini, 1900-1975 (Eclettica) dimostra che tutto ciò è possibile. Forse è anche una dimostrazione del pensiero storiografico di Benedetto Croce, che qua e là sembra occhieggiare nelle note, nella formazione dell’autore del libro ma soprattutto sullo sfondo storico che tratteggia con notevole profondità di campo. Ovvero, la prima caratteristica della Storia, è la sua inesauribilità: la realtà è un processo storico ininterrotto cui nulla può porre fine o conclusione.

È una delle molteplici ragioni che rendono questo libro uno studio di valore non ordinario, innanzitutto per la qualità del tessuto di fonti, citazioni e sincronie che consentono a Siniscalchi da una parte di leggere in trasparenza della biografia di questo studioso emblematico che fu tra i primi a insegnare il cinema nell’università un senso epocale (la generazione che visse il fascismo respirò e credette alla sua cultura che Siniscalchi mappa, sulla scorta degli studi di De Felice, con cura – ovvero: il fascismo non fu una “svista” o un ottenebramento ma una convinzione sostenuta da una ideologia articolata ed una cultura molteplice), dall’altra, però, tutto il libro è sospinto da una sorta di narrazione euforica che smaschera ogni tentativo di inquadrare il precipizio dei fatti e degli avvenimenti in un disegno.

Si finisce il libro con l’idea di aver conosciuto in alta definizione una sorta di Zelig novecentesco: quale perverso e irresponsabile sceneggiatore avrebbe potuto immaginare la storia di un personaggio che fino al 1942, in una voce dedicata al cinematografo parla dell’importanza di Mussolini per l “arte nuova del cinema” e della fervida intelligenza di Luigi Freddi (legionario fiumano e squadrista), che possiamo vedere nei cinegiornali del Luce salutare romanamente le autorità del fascio e che nel ’68 cura una Mostra del Cinema che assegna il Leone d’Oro alla Battaglia d’Algeri di Gillo Pontecorvo, che è il modello di qualsiasi cinema anticolonialista e antimperialista?

“Sono stato fascista credendoci. Non sono di quelli che negano di essere stati fascisti, o che dicono di esserlo stati in malafede. Io sono sempre stato un uomo libero: da fascista e dopo” dichiarò in una intervista Chiarini, e basterebbe questo per farne un personaggio singolare in un Paese che ha fucilato e impiccato un tiranno dopo averlo adorato per vent’anni.

Ma la parte più bella del libro è quella finale. Siniscalchi ricostruisce gli ultimi movimentatissimi anni di Chiarini a Venezia raccontando mese per mese la sua strenua resistenza alla furia della contestazione che prende fuoco alla fine degli anni ’60. I duetti con Pasolini, i walzer di contrapposizioni e distinguo, condanna e timore di governo e opposizione, editorialisti e autori, mostrano l’abilità di un protagonista del ‘900, regista innamorato della pura forma cinematografica (calligrafico), storico e teorico appassionato e seminale, organizzatore e operatore culturale di esperienza unica, che sfida a petto scoperto la cronaca e l’intellighentsia, la politica e lo zeitgeist, con una competenza da stratega in grado di scompaginare i suoi avversari, resistere a micidiali campagne stampa, muovere con abilità tutti i pezzi dello scacchiere politico. Francamente, è difficile immaginare oggi un intellettuale, di cinema e non, fascista o meno, della stessa statura titanica.

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