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Come sopravvivi all'adolescenza definisce l'adulto che sarai

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09.03.2026

Nel mondo di Paradise City (Mondadori) la protagonista scopre al primo anno di liceo scientifico, a una festa, senza preavviso, che i compagni di scuola la chiamano “puzzola”. Li intercetta accidentalmente mentre la sbeffeggiano per il suo presunto cattivo odore.

Questo shock è una ferita primigenia, una cicatrice da cui si dipartono, come una sassata su un parabrezza, tutte le linee che definiranno la sua adolescenza e il modo in cui sopravvivervi definirà la persona adulta che ne verrà fuori: “la parte più ingombrante e dolorosa, quella più cattiva e soffocante, è nata quella notte di novembre”.

Sembrerebbe una tipica esagerazione dell’adolescenza quando fisiologici incidenti di percorso, insensibilità dei coetanei, eccesso di fragilità trasformano inezie in catastrofi. Il resto del libro è destinato a confutare questa lettura.

In questo mondo se si va in una festa in piscina, c’è sempre il rischio di finirci dentro (e vabbè), essere “buttati è ovviamente umiliante..ma c’è qualcosa di sessuale  e giocoso nel buttare una ragazza in piscina, e se non ti buttano non sei neanche una gran figa, ti dispiaci perchè non sei né carne né pesce”.  Quando la protagonista ci finisce dentro, per queste ragioni, è con un certo sollievo - perché ha il sospetto che ciò significhi di essere stata accettata dalla sua classe. Purtroppo non è affatto così.

Nel corso degli anni il suo soprannome passa da “puzzola” a “crosta”, come se la carenza d’igiene fosse diventata la causa del suo stigma. In questo liceo di “ragazzi fighetti” di Roma Nord l’insulto, progressivamente, non viene più sussurrato alle spalle: “Ho fatto finta di niente sempre, in tutti quegli anni, non ho reagito mai, anche quando l’insulto mi veniva detto, o talvolta gridato, direttamente in faccia. Chi mi insultava si sentiva di poterlo fare impunemente e io non facevo che dimostrare che aveva ragione”. Sembrerebbe un caso da antologia di bullismo scolastico se non fosse che qualcosa del genere accade anche d’estate, in vacanza, a Punta Ala (in effetti la composizione sociale rimane la stessa, però): “Vai in giro con una cozza” dicono all’amica che le sta a fianco.

Non è difficile capire che in questo ambiente così avverso le normali incertezze che caratterizzano l’evoluzione di un corpo e di una identità durante l’adolescenza, che nelle donne significa essere ossessionate (ma anche negli uomini) da domande come ‘sono bella? sono brutta? non sono né carne né pesce?’, acquistino una intensità melodrammatica. “Dio mio, ma quando mi darai la vera prova che non sono brutta, una vera compagnia, un vero amore per una persona che stimo? Forse domani, forse mai”, scrive la protagonista sul suo diario.

In effetti si avvicina alla religione, al volontariato e un professore di filosofia, sacerdote le fa scoprire una materia che l’appassiona profondamente. Ma quella classe, quel mattatoio, non la smetterà mai di giustiziarla. “Bombe alla crema”, chiama i suoi brufoli. “hai i denti dello stesso colore dei capelli”, le dicono a lei che ha una chioma fulva. Però sono sempre in giacca e cravatta, questi gentleman di Vigna Clara, uno dei quali, ad una festa, per fare lo spiritoso, urla ad una delle invitate: “Smettila di ciucciarmi il cazzo che c’è tuo padre che ti aspetta”. Il padre, al citofono, sente tutto. È un iraniano emigrato in Italia e non la prende bene per niente.

Il lettore a un certo punto si chiede, ma perché non scappa da quest’inferno? La famiglia minimizza, i coetanei nell’adolescenza esercitano una influenza invincibile, le amiche la invitano a sopportare. Ma è forse questo l’aspetto più toccante, più disperato, quello in cui l’umiliazione tocca vertici di maggior raccapriccio, il fallimento nelle relazioni femminili: Giulia, Camilla, Annamaria, Amira.

La protagonista incalza, telefona, interroga, scrive lettere a tutte per capire almeno da loro cosa c’è che non vada in lei da averne fatto lo zimbello della classe. Non lascia intentata nessuna lusinga o scongiuro, nessuna chiamata di soccorso, nessuna premura implorante, benchè a volte la ghostino come se fosse un fidanzato molesto: una volta, durante una telefonata con una di loro, capisce che c’è anche la sorella al telefono. Stanno ridendo di lei.

Da puzzola a crosta il passaggio finale ha una certa coerenza: “zecca”. Che però segna anche una maturazione politica e sociale, segnata anche dalla scoperta del cinema, dall’abbandono, all’ultimo anno di quella scuola odiosa, grazie alle quali capisce che “qualunque sia la ragione per cui sono così, io preferisco essere me. Perché alla fine mi piace come sono”.

È un percorso di liberazione e crescita che però ha il focolaio della sua attrazione nella imbarazzante sincerità, nella cronaca scorticante con la quale questa adolescenza ricca di martirio psicologico e tormento inesausto, di persecuzione e confusione, di relazioni che hanno l’andazzo sistematico delle montagne russe, che somiglia all’adolescenza di chiunque, vissuta con la lente d’ingrandimento di un io, viene documentata come un autofiction: come se fossimo i suoi terapeuti, ascoltiamo per tutto il libro la sua voce, ancora ansiosa e palpitante, scortarci mentre mappa una volta per tutte la geografia e l’archeologia del suo dolore che, però, come recita il titolo di un noto libro, non sembra esserle stato inutile.

Susanna Nicchiarelli, infatti, la protagonista, è una delle autrici di film più interessanti degli ultimi anni, ha ripreso in mano tutti i suoi diari di quel liceo vissuto come Vietnam personale e, cambiando solo i nomi, ne ha ricostruito l’intera avventura.

Il 17 marzo, a Treviso, al complesso di Santa Caterina, incontrerà il pubblico insieme a me, Caterina Taricano e Luca Dal Molin, per una serie, dal titolo “Cinema È Letteratura”, che ha visto in scena tantissimi autori: da Marco Bellocchio a Sonia Bergamasco, da Luigi Locascio a Chiara Francini, da Walter Veltroni a Serena Dandini, da Fabrizio Gifuni a Paolo Genovese a tanti altri.

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