Prosegue la demolizione trumpiana delle politiche su diversità e inclusione: il caso Ibm

Un accordo da 17 milioni di dollari, senza alcuna ammissione di colpa e un ulteriore atto verso la demolizione delle politiche di inclusione. Il caso che coinvolge Ibm e il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti segna un nuovo passo nel dibattito sulle politiche aziendali di diversità, equità e inclusione (DEI). Non si tratta solo di una controversia isolata: è infatti la prima risoluzione ufficiale nell’ambito della cosiddetta Civil Rights Fraud Initiative, un programma lanciato a maggio dello scorso anno dal Dipartimento di giustizia federale volto a ridefinire le pratiche DEI nelle aziende, soprattutto quelle che lavorano con il governo federale.

Secondo quanto comunicato il 10 aprile dallo stesso Dipartimento di Giustizia, Ibm ha accettato di pagare circa 17 milioni di dollari per chiudere un’indagine federale legata a presunte pratiche discriminatorie. Al centro della vicenda c’è l’uso di un meccanismo interno noto come diversity modifier: un sistema che collegava parte dei bonus dei dirigenti al raggiungimento di obiettivi di diversità all’interno dei team. In termini pratici, questo significava che la determinazione dei compensi dei manager era influenzata dalla capacità di aumentare la rappresentanza di determinati gruppi demografici, come donne o minoranze etniche, all’interno dell’organizzazione aziendale. Per il governo americano, questo tipo di incentivo potrebbe avere indotto decisioni non pienamente neutrali sul piano meritocratico e, quindi, di discriminazione inversa Ibm, dal canto suo, ha respinto ogni accusa di comportamento illecito. L’accordo raggiunto non implica infatti alcuna ammissione di colpa: si tratta di una soluzione negoziata per evitare un contenzioso più lungo e........

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