Il nazionalismo delle risorse in Zimbabwe non risparmia Usa e Cina |
Negli ultimi mesi, lo Zimbabwe sta diventando uno dei protagonisti del nuovo nazionalismo delle risorse, dove estrattivismo, sovranità nazionale e geopolitica globale si intrecciano in modi sempre più evidenti. Che non si tratti di meri enunciati sembra dimostrarlo l’intreccio di varie notizie. Da una parte, la Cina, attraverso la propria ambasciata locale, ha inviato un chiaro messaggio alle aziende cinesi attive nel paese: la compliance alle normative locali e il rispetto delle politiche nazionali devono essere priorità non negoziabili. Dall’altra, il governo dello Zimbabwe ha assunto posizioni sempre più assertive sulla tutela non solo delle proprie risorse minerarie ma anche dei dati sanitari nazionali, rifiutando accordi con gli Stati Uniti percepiti come svantaggiosi.
Questa crescente attenzione alla sovranità nazionale, insieme alle dinamiche globali sulle risorse strategiche, sta creando uno scenario di competizione e riformulazione delle relazioni internazionali con l’Africa subsahariana. In questo quadro, l’Unione Europea e alcuni dei suoi principali Stati membri stanno cercando di definire un ruolo autonomo e più strutturato nelle relazioni con il continente.
Zimbabwe: dalle miniere al controllo dei dati sanitari
Il 25 febbraio 2026 il governo dello Zimbabwe ha annunciato la sospensione dell’esportazione di minerali grezzi, in particolare litio e concentrati, citando pratiche irregolari nei contratti e preoccupazioni su come le risorse erano sfruttate e commercializzate. Questa misura ha colpito in modo particolare le grandi aziende minerarie, molte delle quali di proprietà o con forti partecipazioni cinesi. Il messaggio di Pechino è stato chiaro: le imprese cinesi devono rafforzare la consapevolezza sulla prevenzione dei rischi e sulla compliance alla normativa locale e, pertanto, adeguarsi pienamente alle politiche dello stato ospitante, soprattutto in un contesto in cui le regole si stanno intensificando.
Il settore delle terre rare e dei minerali critici come il litio, fondamentali per la tecnologia verde, è particolarmente rilevante in questo nuovo assetto. Lo Zimbabwe possiede una delle maggiori riserve di litio in Africa (pesa per oltre il 16% delle importazioni della Cina), diventando col tempo un attore importante nel mercato globale, con esportazioni crescenti e politiche volte a promuovere la trasformazione locale delle materie prime anteriormente all’esportazione.
Parallelamente, lo Zimbabwe ha preso una posizione netta anche sul fronte sanitario. In un recente rifiuto di sottoscrivere un accordo di cooperazione sanitaria con gli Stati Uniti, il governo ha sollevato forti riserve sulla condivisione dei dati sanitari della popolazione zimbabwese senza adeguate garanzie di reciprocità e, soprattutto, l’assenza di reali benefici, quali - ad esempio - la condivisione dei diritti derivanti dalla scoperta di nuovi farmaci e vaccini. Come mera notazione a margine, il punto sollevato dallo Zimbabwe, ovvero mancati benefici economici, è diverso da quello sollevato dall’Alta Corte del Kenya, che ha sospeso un accordo analogo, ma a tutela della privacy degli interessati.
Non solo risorse minerarie
Queste mosse riflettono una tendenza più ampia: molti governi africani, dal Mali al Malawi, stanno ridefinendo le proprie politiche di controllo delle risorse naturali. Nel settore minerario, per esempio, numerosi Stati stanno introducendo local content requirements per spingere l’industria a creare valore aggiunto all’interno del paese, vietando o limitando l’esportazione di materie prime non processate per massimizzare l’occupazione, la tecnologia e le entrate fiscali.
In questo contesto, risulta evidente che l’era in cui l’Africa era vista principalmente come un deposito di risorse, dalle quali estrarre materie prime a basso costo sta lentamente volgendo al termine. I governi africani chiedono non solo investimenti, ma partenariati equi che rispettino i loro obiettivi di sviluppo, la protezione ambientale e, sempre più spesso, la gestione autonoma dei dati e delle infrastrutture critiche.
L’Europa tra norme e diritti offre un diverso approccio
La crescente asserzione africana sulle risorse si svolge in una fase storica in cui anche l’Unione Europea, in modo più o meno cosciente, sta cercando di ridefinire la propria posizione globale, dopo anni in cui il peso di Pechino nel continente è aumentato significativamente. Secondo analisti europei, l’Ue ha due vantaggi distintivi rispetto ad altri partner esterni: le sue norme elevate su compliance, diritti fondamentali e sostenibilità ambientale, e il suo continuo supporto allo sviluppo delle istituzioni.
L’approccio europeo non è soltanto commerciale, ma comprende programmi di assistenza tecnica, supporto alla regolamentazione locale e progetti di rafforzamento istituzionale. Ad esempio, nel settore agricolo e agroalimentare, l’Ue ha promosso iniziative che aiutano produttori africani a ottenere certificazioni e standard necessari per accedere ai mercati internazionali, favorendo al contempo pratiche sostenibili e rispettose dei diritti umani.
Questo tipo di impegno normativo e istituzionale può sembrare meno redditizio sull’immediato rispetto agli investimenti infrastrutturali o ai grandi contratti minerari, ma per molti governi africani rappresenta una via per rafforzare le proprie istituzioni e regole interne, consolidando una gestione nazionale più solida che risponda alle esigenze di rispetto dei diritti e dell’ambiente che le nuove generazioni di africani stanno palesando, insieme alla lotta alla corruzione (come evidenziando più volte da Afrobarometer, la piattaforma indipendente che raccoglie le tendenze statistiche di ben 38 stati africani).
L’esempio francese: addestramento per proteggere ambiente e risorse
Un esempio concreto di come un attore europeo stia tentando di coniugare sicurezza, governance e tutela delle risorse naturali è il nuovo programma di addestramento militare promosso dalla Francia in Africa centrale. Iniziative organizzate dall’Academy for the Protection of the Environment and Natural Resources includono sessioni di formazione con forze armate di diversi paesi africani su protezione dell’ambiente, lotta all’estrazione illegale e tutela degli ecosistemi.
Questa strategia segna una transizione da un modello di presenza militare tradizionale, fondato su basi fisse, a uno più leggero e cooperativo, basato sulla condivisione di competenze e sulla capacità delle forze locali di gestire minacce complesse, inclusi traffici illegali di oro e minerali, deforestazione e altri rischi ecologici.
Tale approccio rispecchia la maggiore consapevolezza che la sicurezza delle risorse naturali non è solo una questione economica o militare, ma un elemento cruciale della stabilità interna, della resilienza delle comunità locali e delle relazioni internazionali. I governi africani tendono a preferire formule meno intrusive e più paritarie, dove l’assistenza non comporta un onere diretto che limita la sovranità, ma rafforza le proprie capacità nazionali.
Verso un nuovo equilibrio globale
Lo scenario che emerge dallo Zimbabwe, dai divieti sulle esportazioni di materie prime alla protezione e valorizzazione dei dati sanitari, è indicativo di un cambiamento più ampio: molti paesi africani cercano di assumere un ruolo maggiormente attivo nella gestione delle proprie risorse, negoziando con partner esterni da una posizione meno subordinata.
In questo nuovo contesto, l’Europa potrebbe svolgere un ruolo unico se saprà combinare rigore normativo, cooperazione istituzionale e partnership strategiche basate su rispetto reciproco e beneficio condiviso. Non si tratta solo di investimenti o di accesso alle risorse, ma di governance sostenibile, istituzioni forti e capacità locali di controllare il proprio sviluppo, elementi che, insieme, potrebbero definire un nuovo capitolo nelle relazioni tra Africa, Europa e il resto del mondo.
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